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  • lunedì 16 dicembre 2013

Il bombardamento su Aleppo

L'opposizione siriana dice che l'aviazione ha lanciato bombe sui quartieri controllati dai ribelli della seconda città del paese, provocando decine di morti tra i civili

Domenica 15 dicembre un bombardamento su diverse zone di Aleppo – seconda città della Siria per numero di abitanti contesa dai ribelli e dall’esercito governativo dall’estate del 2012 – ha provocato decine di morti tra i civili. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (organizzazione non governativa pro-ribelli con sede a Londra) le persone uccise sono 22. Secondo il Coordinamento locale dei comitati della Siria (una rete di gruppi locali di opposizione che agiscono in diverse città della Siria) il numero dei morti sarebbe molto più alto: 83 solo ad Aleppo, ma domenica sarebbero rimaste uccise negli scontri tra ribelli ed esercito 135 persone in tutto il paese.

Stando alle testimonianze, le bombe usate per bombardare Aleppo sono le cosiddette “barrel bombs”, utilizzate specificatamente dall’aviazione siriana durante la guerra civile e fatte con tritolo, acciaio e petrolio, una miscela che può provocare molti danni su un territorio più esteso rispetto a una bomba “convenzionale”. Il bombardamento di domenica fa parte di una strategia più ampia del presidente siriano Bashar al Assad, che ha iniziato a usare gli attacchi aerei con più frequenza per indebolire il controllo di gruppi ribelli nei quartieri delle città contese.

Le forze governative non sono state in grado finora di riprendere il controllo delle parti orientali e centrali di Aleppo, che i ribelli avevano conquistato nell’estate del 2012. Nelle ultime settimane, comunque, i soldati fedeli ad Assad sono riusciti a far indietreggiare i ribelli nelle zone sud-orientali della città. L’esercito siriano è riuscito anche ad avanzare in altre aree della Siria, grazie all’aiuto dei militanti del movimento libanese Hezbollah e dei combattenti sciiti iracheni: ha consolidato il controllo su Damasco e sulla principale strada che dalla capitale porta a Homs, nel nord del paese.

Dall’inizio della guerra in Siria (marzo 2011), secondo le Nazioni Unite le persone rimaste uccise sono state oltre 100mila. Più di 2,3 milioni di siriani hanno lasciato il loro paese, rifugiandosi per lo più negli stati vicini, specialmente in Libano, Giordania, Turchia e Iraq. Secondo un rapporto di Amnesty International diffuso venerdì 13 dicembre, altre 4,5 milioni di persone sono diventate profughe all’interno della Siria, in condizioni così gravi e precarie da avere creato una delle crisi umanitarie più rilevanti degli ultimi decenni.

Per il momento non sembra esserci alcuna possibilità di mettere fine alla guerra usando la diplomazia. I prossimi negoziati di pace sono fissati per il 22 gennaio in Svizzera, ma i problemi che hanno reso inefficaci i precedenti incontri internazionali sono rimasti invariati (tra questi, due dei più importanti sono la difficoltà di stabilire chi deve rappresentare i ribelli e il rifiuto di Assad di negoziare con quelli che lui ritiene “terroristi”). Recentemente Laurent Fabius, il ministro degli Esteri francese, si è detto pessimista sull’esito dei negoziati di Ginevra, specialmente per le difficoltà che stanno attraversando i ribelli siriani più moderati appoggiati dall’Occidente.

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