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  • sabato 26 ottobre 2013

La crisi umanitaria dei profughi in Siria

Gli aiuti umanitari non arrivano in molte zone del paese, gli ospedali non funzionano, e con l'arrivo dell'inverno la situazione potrebbe peggiorare ancora

Il 15 ottobre scorso BBC ha riportato una delle notizie più strane e per certi versi impressionanti arrivate dalla Siria negli ultimi due anni e mezzo di guerra civile: un gruppo di religiosi siriani, ha scritto il giornale britannico, ha emesso una fatwa, un’ordinanza islamica, per permettere alla popolazione dei quartieri assediati di Damasco di mangiare gatti, cani e asini, in modo da non morire di fame. La fatwa è arrivata dopo numerose testimonianze di una grave emergenza umanitaria a Muadhamiya, un quartiere della capitale siriana, verso cui erano stati bloccati i flussi di rifornimenti umanitari dall’esterno per nove mesi. Centinaia di civili erano riusciti a fuggire da Muadhamiya solo pochi giorni prima, durante un cessate-il-fuoco temporaneo, alcuni portati via in barella per le precarie condizioni fisiche dovute alla malnutrizione.

La situazione che si è creata a Damasco si era già verificata in altre città assediate della Siria, come Homs e Aleppo, in cui i religiosi avevano emesso delle fatwa simili. Diverse associazioni umanitarie definiscono quanto sta succedendo “assurdo”: il direttore generale di Medici Senza Frontiere, Christopher Stokes, ha spiegato che mentre gli ispettori internazionali esperti di armi chimiche riescono a spostarsi piuttosto liberamente nelle diverse aree controllate dal governo, i convogli con gli aiuti umanitari non hanno la stessa fortuna.

Una situazione molto critica è stata registrata anche nella provincia orientale siriana di Deir Ezzor, in cui secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si sarebbe sviluppato un focolaio di poliomielite che avrebbe contagiato almeno 22 persone, la maggior parte neonati e bambini. La poliomielite ha maggiore possibilità di svilupparsi nei casi di deficienza immunitaria, malnutrizione e scarse condizioni igieniche. La zona di Deir Ezzor è al centro di intensi combattimenti tra le forze fedeli ad Assad, concentrati nella città di Deir Ezzor, e i ribelli, che hanno invece il controllo della campagna circostante.

In pratica, oltre ai due milioni di profughi siriani che si trovano oltre ai confini nazionali – in Libano, Turchia, Iraq, Egitto e Giordania – ce ne sono altri 5 milioni che si trovano all’interno del territorio della Siria: molti di loro vivono in edifici abbandonati o semi-distrutti, scuole, moschee o parchi cittadini. Altri sono rimasti intrappolati nei loro quartieri di residenza, senza poter uscire a causa dei blocchi militari messi in piedi dall’esercito di Assad, come è successo per il quartiere di Muadhamiya, a Damasco. La situazione potrebbe peggiorare ulteriormente tra un paio di mesi, con l’arrivo dell’inverno.

Secondo alcune stime riportate dal New York Times, i costi per la ricostruzione si aggirano per ora intorno ai 30 miliardi di dollari, e la conclusione della guerra non sembra un’opzione probabile nel breve periodo. Più della metà degli ospedali del paese sono stati distrutti o sono stati chiusi e un quinto delle famiglie rimaste in Siria vivono senza ricevere cibo per una settimana al mese. Continua il New York Times:

«Anche nelle aree relativamente sicure, nel via vai delle strade affollate si vedono profughi uscire da ogni angolo. Nella città costiera di Latakia migliaia di persone vivono nelle palestre e nei corridoi di un complesso sportivo trasformato in un rifugio statale. Nella capitale, a Damasco, folle di nuovi arrivati riempiono alberghi fatiscenti, edifici semi-finiti, e uffici di vario tipo. Fuori dalle poche panetterie rimaste aperte si formano lunghe code. In diverse zone di periferia, alcune persone confessano di mangiare cani e gatti, e anche i religiosi hanno emesso un’ordinanza per rendere queste pratiche religiosamente ammissibili.»

Gli aiuti internazionali dell’ONU che arrivano alla popolazione siriana si aggirano intorno ai 1,5 miliardi di dollari, gestiti in condizioni molto precarie da diverse organizzazioni, tra cui le stesse Nazioni Unite, la Mezzaluna Rossa Araba Siriana e altri enti più piccoli: si tratta per lo più di cibo, medicine e qualche servizio legato all’istruzione. Questi aiuti non sono però sufficienti a far fronte all’emergenza dei profughi in Siria, e le difficoltà a raggiungere le zone assediate rendono praticamente impossibile fornire assistenza a moltissime persone. In confronto, gli aiuti messi a disposizione dei profughi in Siria sono la metà di quelli chiesti per i profughi siriani fuori dalla Siria. Le ragioni di questa discrepanza sono due: la riluttanza delle Nazioni Unite ad agire mettendo in discussione la sovranità nazionale di uno stato, e la difficoltà di capire a chi dover dare gli aiuti destinata alla popolazione – ai ribelli o al governo?

Tra gli esperti di conflitti e di aiuti umanitari ha iniziato a diffondersi l’idea che lo sforzo per superare l’emergenza umanitaria dovrebbe essere calcolato diversamente rispetto a quanto fatto finora, non più nel breve periodo, ma nel lungo. La priorità, dice Omar Abdelaziz al-Hallaj – consulente indipendente siriano che si occupa di aiuto, sviluppo e risoluzione del conflitto, deve essere fermare le violenze, prima ancora di salvare qualche vita umana. La posizione di al-Hallaj è condivisa anche da diversi funzionari delle Nazioni Unite in Siria: la guerra sta disintegrando le strutture sociali e amministrative della Siria, e anche se ci fossero più aiuti non ci sarebbe modo per distribuirli adeguatamente.

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