Il futuro di Venezia

E i suoi molti guai, raccontati da Filippomaria Pontani: per non parlare soltanto del passaggio delle grandi navi

di Filippomaria Pontani

La vicenda di cui vorrei parlare oggi è un po’ complessa, e si colloca al crocevia di due delle molte questioni irrisolte della nostra vita pubblica: il percorso sarà lungo, ma a mio avviso necessario per comprendere le dinamiche profonde sottese a quella che apparirebbe altrimenti una notiziola di cronaca, o una piccola bega locale.

La prima questione, una volta di più, è il declino di Venezia, del quale ho già lungamente discusso altre volte su queste pagine, e su cui non tornerò: lo spopolamento del centro storico, il cannibalismo turistico, la violenza al patrimonio artistico, le demenziali operazioni e speculazioni che minacciano la città. Tra le molte questioni aperte ne segnalo qui brevemente solo tre, a loro modo emblematiche dell’aria che tira.

Anzitutto, il famigerato passaggio delle Grandi Navi nel bacino di San Marco e nel Canale della Giudecca. Qualche settimana fa è stato annunciato in gran pompa e strombazzato dai mezzi d’informazione l’accordo raggiunto a Roma per stornare i mastodonti del mare dalle zone più sensibili della città. Ebbene, va precisato che il dispositivo raggiunto elimina con effetto immediato (dall’1 gennaio) i soli traghetti passeggeri e il 20% delle navi da crociera, ma rimanda il divieto totale di transito al novembre 2014 (siamo in Italia: i termini slitteranno di sicuro), limitandolo per di più alle navi superiori a 96mila tonnellate (la legge nazionale Clini-Passera parla di 40mila). Soprattutto, il deliberato romano prevede non già la creazione di un attracco alternativo per le grandi navi (si era parlato di un approdo a Marghera, ma già solo le reazioni ai primi timidi tentativi, e le dichiarazioni del ministro Lupi, fanno capire che non se ne farà nulla), bensì lo scavo in Laguna di un ulteriore canale, il cosiddetto canale Contorta-Sant’Angelo, destinato secondo tutte le previsioni a distruggere in modo definitivo e irreversibile quel che resta dell’equilibrio idrogeologico dell’ecosistema lagunare. In altre parole, il governo ha sposato interamente la linea dell’Autorità Portuale e del suo presidente Paolo Costa (già sindaco e ministro), senza tenere in alcun conto né le proposte dell’amministrazione comunale (che pure, incomprensibilmente, si dichiara soddisfatta) né le obiezioni di chi da tempo, come Lidia Fersuoch e Luigi d’Alpaos, denuncia i pericoli ambientali insiti nella strada che si vuole ora battere.

Tiriamoci su: Venezia è la capitale dell’arte contemporanea. Non ho competenza per ribadire le perplessità sulla Biennale d’arte appena conclusa: di certo, il profluvio spesso disordinato di oggetti (vessilli, placchette, arazzi, paños, detriti, modellini, ex-voto) raccolti in serie nel “Palazzo enciclopedico”, rinchiuso per di più in un allestimento opprimente che celava alla vista le strutture dell’Arsenale creando un’atmosfera letteralmente irrespirabile (d’estate si era al limite dell’inagibilità), rendeva non poco ardua l’esposizione curata da Massimiliano Gioni. Per fortuna c’erano alcuni padiglioni nazionali splendidi, come quello russo che rifletteva sul mito di Danae, quello greco che parlava ancor più concretamente di banconote, quello ungherese che associava in modo straniante obici e proiettili a suoni di pace, quello irlandese che proiettava vivaci immagini del Congo, quello coreano che meditava il vuoto, quello libanese che esplorava le dinamiche di chi sa dire un no. E perfino quello italiano, che dopo l’orgia di Sgarbi due anni fa torna a occuparsi, tramite l’arte, di problemi concreti (l’ambiente, la storia, l’amianto). Chi però volesse avere un’immagine realistica del mondo dell’arte contemporanea in Venezia, e del ruolo di Venezia nel mondo dell’arte, ha a disposizione da pochi mesi un documentario di prim’ordine, realizzato across the universe (da Basilea a Hong Kong, da Miami a Doha) “dall’interno” di quel particolarissimo mercato d’altro bordo: mi riferisco a La ruée vers l’art (di Marianne Lamour, Francia, 2013), in cui si prova a ricostruire le dinamiche che presiedono alle fiere e alle mostre, senza scadere nel moralismo ma senza rinunciare a delineare i rapporti che legano il business globale dell’arte alla più selvaggia speculazione finanziaria. E Venezia, come sempre, a fare da soprammobile di lusso, da vetrina agognata, da dama dal fascino fané.

Ma ci sono buone notizie: finalmente si fa qualcosa di innovativo per qualificare e diversificare l’offerta turistica a Venezia. È di poche settimane fa l’annuncio della realizzazione di un grande parco tematico sull’isola di Sacca San Biagio (un’isoletta abbandonata e già adibita a discarica, non lontano da Sacca Fisola, dunque a un tiro di schioppo dalla stazione dove ormeggiano indisturbate le Grandi Navi): per cura di una società specializzata in parchi di divertimento, la Zamperla s.p.a., e con l’assistenza preziosa di archeologi e biologi dell’università Ca’ Foscari, verranno ricostruiti sia l’ambiente lagunare ormai scomparso (con tanto di casoni lagunari e barene, tutto posticcio in mancanza del materiale vero sacrificato al progresso), sia episodi storici come la battaglia di Lepanto (con tanto di figuranti in costume e navi), sia un Carnevale perpetuo (per chi – non si sa mai – giunga a Venezia fuori stagione). La notevole pensata di questo Tivoli a tema storico, corredato di un museo virtuale in 3D e destinato forse ad attrarre folle di turisti desiderosi di vedere Venezia wie es eigentlich gewesen, è stata definita da Salvatore Settis la “pietra tombale” sul futuro di una città sempre più proiettata verso un avvenire che la accosti alle sue tante imitazioni all over the world, censite anni fa da Guido Moltedo nel prezioso libretto Welcome to Venice (Venezia 2007).

Così, con l’aiuto di Ca’ Foscari, arriviamo al secondo itinerario che m’interessa oggi, forse perfino meno battuto da un discorso pubblico nazionale attento ad altre urgenze e ad altre beghe: intendo appunto l’università e i primi esiti certi della riforma promossa dal ministro Gelmini nella passata legislatura. Salutata da alcuni con preoccupazione, da altri come una benvenuta svolta verso la responsabilizzazione degli Atenei e una più oculata gestione dei patrimoni, la legge 240/2010 mostra a distanza di tre anni dalla sua approvazione alcuni effetti inequivocabili, di cui nessuno sembra davvero intenzionato a farsi carico. È anche, ma non solo, una questione di danari.

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