Dimenticate Venezia

Un repertorio dei disastri che incombono sulla città, nei giorni degli aperitivi e dei vernissage della Biennale

di Filippomaria Pontani

Ci siamo. In questi giorni di acquazzoni e arcobaleni, Venezia santifica una grigia primavera con la consueta mondanità della Biennale d’arti visive, fatta di vernissages a ciclo continuo, di taxi che ronzano come mosche attorno alle uscite dei parties, di yacht allineati sulle rive e subitaneamente echeggianti di colori notturni, di braccia piegate a reggere flûtes sinuosi o a inserirli delicatamente nelle apposite asole di sofisticati piatti in porcellana. Da martedì a domenica, questa è la settimana in cui Venezia s’illude di essere il centro del mondo dell’arte, immemore del fatto che la carovana mistilingue provvisoriamente sbarcata-in-Laguna (e a caro prezzo) scalpita già per la più succulenta fiera di Basilea, ArtBasel, destinata ad aprire il 13 giugno. Tutto un mondo, oggi imbellettato o vestito con eccentrici tailleurs o cravatte, è concentrato su creazioni artistiche talora fini a se stesse, talaltra endogene, endogame, respingenti: la stessa potenza evocativa di tante opere (non tutte, beninteso) tiene più del provocatorio che del significante, e comunque ben poche dialogheranno con il luogo in cui sono esposte – in un ragionar sottile che in queste serate di accrediti e d’inviti a tratti pare fatto apposta per escludere gli iniziati, per asseverare la scissione rispetto al “mondo di fuori”. Una volta di più, Venezia si offre come scenografia di lusso per un copione non suo.

 «E, in certo modo, questo splendido domicilio comune così familiare, così domestico e sonoro, assomiglia anche a un teatro in cui gli attori stacchettino sui ponti e, in disordinate processioni, passeggino svelti lungo le fondamenta».

(H. James, Il carteggio Aspern (1888), IX)

È in questi momenti che torna in mente, passato lo stordimento dello champagne e delle paillettes, la frase centrale di un caustico pamphlet di Régis Debray, che tanta ostilità si è guadagnato presso i maggiorenti locali: «Forse questo microcosmo egocentrico che ha sempre avuto qualche secolo di anticipo, che ha inventato il ghetto ben prima dei campi di concentramento e la lettera di cambio prima del cash-flow, sta inventando sotto i nostri occhi sonnolenti l’Europa insulare di domani, ridotta al suo elemento pittoresco» (Contro Venezia, Baldini e Castoldi 1997). Perché mentre risuonano i “wow!” degli intellettuali americani entusiasti delle opere ma ancor più della magia del luogo, il luogo stesso si dibatte nelle convulsioni immobili di un assedio, tanto più visibile ora che in terraferma il cash si è fermato, e rimane da vendere quasi solo un nome, un marchio, una garanzia: Venezia.

Nel recente libro di Tomaso Montanari, Le pietre e il popolo (Minimum fax, 2013), diverse pagine sono dedicate al processo di cessione o concessione ai privati di intere zone della città, e tra le più simboliche, da Punta della Dogana a Palazzo Grassi, da Ca’ Corner della Regina al Fòntego dei Tedeschi: la monetizzazione del marchio ha attirato (a tacer d’altri) Pinault, Prada, Benetton, in una rincorsa, da parte delle istituzioni, alla svendita di monumenti pubblici in nome dello slogan “facciamo fruttare la cultura” – e poco importa se poi Palazzo Grassi viene rivestito di un costosissimo e vuoto tappeto simil-transilvano (opera dell’artista Rudolf Stingel, scuderia Pinault), là dove s’era pattuito che ospitasse mostre ambiziose e di valore come l’unica realizzata prima dell’invasione del pop (“Roma e i barbari”, nel lontano 2008); e poco importa se del Fòntego, antica sede delle poste, verrà sventrato l’interno per albergarvi un grande magazzino – sembra che almeno l’attico, già in predicato per una super-altana, venga invece risparmiato; e poco importa se l’Hôtel Santa Chiara di Piazzale Roma s’ingrandisce con una nuova ala che occlude la vista del Canal Grande, tanto a fianco ci siamo abituati al nuovo ponte di Calatrava, finanziato dallo stesso Benetton (lo racconta Paola Somma, Benettown, Corte del Fontego 2012), da cui – se non scivoliamo – possiamo fare tutte le foto che vogliamo; e poco importa ancora se l’Hôtel Cipriani, in un impeto di genuina hybris felliniana, propone ai suoi danarosi clienti delle cene volanti attorno a un tavolo sospeso a una gru telescopica molti metri sopra il canale tra la Giudecca e San Giorgio (promettente il titolo, dinner in the sky, e immancabile la “vista mozzafiato”); poco importa, perfino, se in Piazza San Marco le Procuratie del Museo Correr sono oscurate da un enorme e chiassoso cartello pubblicitario che copre lavori fermi da mesi (la denunzia, che scoperchia loschi traffici di misteriose aziende con sede a Malta,  non è venuta dal Comune, ma da un giornalista), visto che fino a pochi mesi fa erano parimenti incartati Palazzo Ducale e perfino il Ponte dei Sospiri, dove i turisti giapponesi immortalavano i loro baci sullo sfondo di un manifesto Fiat; ma di cartelloni rimane tutt’ora incerottata, sul waterfront del Canal Grande, la veneranda Biblioteca Marciana, peraltro costretta a ospitare nel Salone Sansoviniano esclusivissimi cocktail-parties serali di Louis Vuitton, nella speranza di poter prima o poi ripristinare per gli utenti del mattino il servizio ordinario di fotocopie, fermo ormai da mesi. Del resto, che autorevolezza, che ruolo di contrappeso può vantare una mano pubblica che, appena sbaraccato il cantiere ai piedi del Campanile, lo rimpiazza con un gabbiotto metallico destinato a orientare i turisti nell’acquisto di biglietti e gadgets, ma così respingente da scuotere perfino il senso estetico di Renato Brunetta?

Ma non dimenticare la tua ombra
arriva fin giù dentro l’acqua
dove in una sporcizia impenetrabile
la corrente la porta via

(Günter Kunert, Venezia I, 1978)

La tabe di Venezia è duplice: da un lato l’assuefazione a un rosario di malattie che si trascinano per anni senza soluzione, e il cui unico filo comune – per riprendere un concetto caro a Montanari – è il disinteresse per la conservazione del patrimonio artistico e culturale nel suo valore civile e comunitario: con il suo garbo deciso, lo sottolineava Enrico Tantucci in uno splendido quanto dimenticato articolo di due anni fa sullo stato dell’arte in città, dal significativo titolo “Venezia merita di essere Venezia?”. D’altro canto, sulla base di quell’assuefazione, di quel prendere per stanchezza gli abitanti sempre meno numerosi, sempre più vecchi e – almeno alcuni – sempre più cedevoli alle lusinghe del profitto, c’è il continuo rilancio di progetti sempre più dannosi, sempre più deliranti, avallati da amministrazioni troppo prone al richiamo dei soldi e ignare talvolta perfino del ridicolo o del grottesco. Come altro definire la vicenda della smisurata torre Cardin, alias Palais Lumière, progettata dal danaroso stilista francese per celebrare le proprie origini, per gratificare il progettista (il suo nipote fresco di laurea) e (nientepopodimeno) per salvare Marghera con un’iniezione di denaro fresco e una riqualificazione urbana – progetto poi miseramente naufragato non già sull’opposizione del Comune (che per inciso ospita negli anni dispari una Biennale di architettura), bensì sulla riluttanza delle banche a concedere al medesimo Pierre Cardin il prestito desiderato, con grande scorno del sindaco Orsoni, già tutto pronto a festeggiare il sorgere di cotale monumento, in barba financo alla necessità di una VIA preliminare.

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