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  • mercoledì 31 agosto 2011

Cosa resta del Lido di Venezia

E di Venezia: storia di quello che non sarà raccontato nei giorni dei divi in laguna

di Filippomaria Pontani

Stasera si apre al Lido di Venezia la 68ma Mostra Internazionale di Arte Cinematografica: nelle righe che seguono vorrei brevemente illustrare ai visitatori che cosa si troveranno di fronte, non già per quanto riguarda i film o la mondanità (per quello ci sarà tempo), bensì sul piano meramente topografico. Premetto che non intendo fare il piagnone né l’indignato di professione: penso però che questa sia una storia per vari versi esemplare di come vengano amministrati tanti nostri comuni (di ogni colore politico) e di come vengano talora gestiti il paesaggio e il patrimonio.

Come molti sanno, il Lido è un’isola stretta e lunga (12 km per circa 16000 abitanti), staccata da quelle che compongono il centro storico di Venezia, e allineata con la penisola del Cavallino e l’isola di Pellestrina a chiudere la Laguna verso il mare. Il fatto che sia la più vicina “porta” sull’Adriatico, raggiungibile in pochi minuti di vaporetto da San Marco, l’ha resa da sempre la spiaggia di Venezia per antonomasia; chi ricordi, per via di Thomas Mann o di Visconti, lo sfortunato soggiorno di Aschenbach in La morte a Venezia, ha in mente il quadro sociale ed economico del Lido Belle Epoque: i grandi alberghi, la clientela internazionale, poi gli stabilimenti, le sale giochi, e nel 1932 la decisione di collocarvi la sede della Mostra del Cinema – decisione presa peraltro da Giuseppe Volpi conte di Misurata, già distintosi per la ferocia in qualità di governatore della sempre attuale Tripolitania dal 1922 al 1925 (a questo losco personaggio, che fu anche un importante ministro del fascismo, e che venne sepolto ai Frari con la benedizione del futuro Giovanni XXIII, sono tuttora intitolate le Coppe per i migliori attori).

La Mostra, nata sulle terrazze dell’Hotel Excelsior, è ospitata dal 1938 in un Palazzo situato non lontano dal centro dell’isola, un edificio storico dalle venerande memorie, ma rivelatosi presto insufficiente rispetto ai bisogni del pubblico (fu ampliato una prima volta nel 1952), e dimostratosi a partire dagli anni ’90, quando pure furono allestite delle ulteriori appendici, del tutto sottodimensionato rispetto al richiamo dell’evento nonché bisognoso di restauro anche in considerazione della capricciosa meteorologia settembrina (rimase memorabile, l’anno scorso, il banale acquazzone che allagò la sala stampa). Di qui l’idea di costruire un nuovo, più adeguato Palazzo del Cinema: dopo un primo tentativo nel 1991 (il concorso indetto dalla Biennale fu vinto dall’architetto spagnolo Rafael Moneo, ma poi al Comune mancarono i soldi e non se ne fece più nulla), nel 2004 la Fondazione di Venezia bandì un concorso internazionale, che fu vinto dallo studio 5+1AA Femia-Peluffo con un progetto che prevedeva una grande sala in superficie (denominata “il Sasso”) e altre tre sotterranee. L’idea venne guardata con particolare favore dal governo Prodi, che nel 2006 inserì il progetto nell’ambito degli interventi per celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia.

Per eseguire un progetto di tale ambizione ci vogliono però dei quattrini, oltre 100 milioni di euro. Il governo nazionale si dichiara disposto a metterne 40, demandando agli enti locali il reperimento dei restanti. A quel punto il Comune, guidato dal filosofo Massimo Cacciari, si lancia in un’operazione immobiliare doppiamente vantaggiosa: decide di acquistare dall’ULSS 12 il vecchio Ospedale a mare del Lido, per dismetterlo e venderlo (lasciando in piedi alcune attività di prima necessità o di eccellenza, dai servizi di radiologia ai trattamenti di talassoterapia), facendo in modo che con il ricavato la ULSS finanzi il nuovo grande ospedale di Mestre (cattedrale che meriterebbe un capitolo a parte: chi è interessato a questo luminoso esempio di “project-financing” alla veneta può leggere la recente inchiesta dell’Espresso) e il Comune stesso contribuisca a finanziare il limitrofo Palazzo del Cinema: si parla di «valorizzazione dell’area, rilancio della vocazione culturale e turistico-ricettiva».

Poiché però con l’entrata in ballo dell’Ospedale anche i protocolli d’intesa vanno riformulati e risottoscritti, si crea una momentanea stasi, cui il governo Prodi (siamo nel novembre 2007) pone rimedio nel modo notoriamente più efficace per “semplificare l’attività amministrativa”, “snellire i procedimenti” e scavalcare la torpida prassi burocratica: qualifica il “Palacinema” come “grande evento”, e s’impegna a nominare un commissario straordinario. Questo è il passo-chiave di tutta la vicenda, ed è (torno a dirlo) targato Prodi-Rutelli, non Berlusconi. Pochi mesi dopo, appena rientra in carica il Cavaliere, la fabbrica del Palazzo del Cinema riceve un impulso inatteso: il 28 agosto 2008, dinanzi a un fosso vuoto destinato a contenere le fondamenta, si posa la prima pietra in una solenne cerimonia alla presenza di Cacciari, del presidente della regione Giancarlo Galan e del neo-ministro Sandro Bondi: tutti lieti e sorridenti, per il 2011 sicuramente ce la faremo. Berlusconi emana una serie di ordinanze che scavalcano i Piani regolatori del Comune, il Comune medesimo mostra la buona volontà abbattendo la storica pineta del Lido, dove passeggiarono fior di divi e di cittadini (132 alberi che il progetto del Palacinema non suggeriva in alcun modo di demolire), e dulcis in fundo (marzo 2009) arriva anche il commissario straordinario.

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