Dopo le primarie

Renzi sarà segretario del partito che domina e controlla il governo, guidato dal suo compagno Letta: tutto liscio, no?

Mentre esce di scena – almeno dalla scena parlamentare – Silvio Berlusconi, una delle ricadute delle agitazioni dei giorni scorsi dentro il centrodestra riguarderà a momenti il Partito Democratico, oltre che tutta la politica e il governo. Con l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza il PD ha due terzi dei voti che sostengono il governo al Senato e tre quarti alla Camera: di fatto il governo Letta è diventato un governo del PD con due alleati minori, benché potenziali aghi della bilancia. E dopo gli ultimi sviluppi lo scenario realistico è che tra pochi giorni – dicembre 2013 – il segretario del partito che controlla e domina il governo, e a cui appartiene il presidente del Consiglio, sia Matteo Renzi.

Se ci astraiamo da quello che sappiamo e che i media ci raccontano ogni giorno rispetto agli anomali rapporti tra i due dirigenti dello stesso partito, lo scenario naturale vedrebbe Letta fare l’esecutore di un programma e di una linea condivisa – quelle del suo partito – che sono teoricamente il programma e la linea esposti fino a oggi da Matteo Renzi. Se non ci astraiamo, però, le cose sono più complicate. Per com’è andata, infatti, il progetto e la linea non sembrano tanto condivise: più che della (probabile) nuova segreteria, il governo Letta è frutto di un accordo sottoscritto dalla precedente segreteria del PD con il centrodestra e Giorgio Napolitano. E Renzi aspira dichiaratamente all’incarico di Letta, al quale si è già candidato una volta. Insomma, Renzi e Letta si troveranno quindi tra pochi giorni nella difficile condizione che oscilla tra alleati e avversari.

Contemporaneamente la nuova segreteria del PD non può trattare Letta da avversario. Non può, per esempio, far cadere il governo come farebbe in dissenso con un altro partito alleato: togliere il sostegno a un proprio governo, per un partito, non sarebbe una scelta facilmente presentabile, per quante ne abbiamo viste. E questo complica le ipotesi legate a un realistico desiderio di Renzi di concretizzare il suo arrivo alla segreteria cercando di raggiungere rapidamente la fase successiva: elezioni, vittoria, governo.

Sono ipotesi da darsi di gomito e da facile psicologismo da bar, che certamente vedremo circolare per settimane nei retroscena politici dei quotidiani, ma di fatto Renzi non può far cadere il governo a meno che non gliene diano occasione e ragioni gli alleati: ma in questo momento Alfano e il suo partito non hanno nessun interesse a perdere l’unica sponda e occasione di rilevanza che il presente e il futuro gli riservano, e hanno semmai interesse ad allontanare nel tempo le elezioni, così da organizzarsi. È facile pensare che gli “alfaniani” siano quindi disponibili ad adeguarsi al rapporto di potere e accettare il prevalere dell’agenda del PD e delle proposte che arrivino da Renzi. Ed è anche probabile che Renzi non voglia neanche far cadere il governo: per lui e il suo progetto è oggi forse più facile attenuare i rischi e consegnare gli oneri e le difficoltà dell’attuazione di scelte nuove al governo, tenendo per sé al limite il privilegio di attribuirsene i meriti, come “dettatore” di quelle scelte. Se il governo lo seguirà, suonerà palesemente merito suo; se non lo seguirà, suonerà colpa del governo.

Esiste un’altra possibilità, e cioè che la “vecchia guardia” del PD – alcuni dei quali a questo giro non sostengono Renzi, mentre altri lo hanno fatto in maniera estemporanea e improvvisa – tenti di logorare la posizione del nuovo segretario, di accusarlo di voler destabilizzare il governo per i suoi obiettivi personali e quindi, in fin dei conti, mettere Letta contro di lui. Ma qui c’è appunto di mezzo Letta, i cui margini di manovra per dissentire da Renzi non sono così grandi: da una parte è suo compagno di partito e – per quanto terrorismo seminino i giornali – condivide coi suoi progetti più di quello che li separa, e dall’altra non sembra avere un capitale politico e di consenso sufficiente a mettersi immediatamente di traverso e a complicare le cose. Inoltre è sempre il capo del governo, quindi per Renzi sarebbe facile sottolineare le sue responsabilità in tempi in cui è più facile essere responsabili di guai che di successi, mentre criticare Renzi oggi è un buon investimento per chi cerca consensi a sinistra – come fa Pippo Civati – e non nello spazio su cui potrebbe (o vorrebbe) raccoglierne Enrico Letta.

Ecco perché il futuro più plausibile che si presenta dall’8 dicembre – tra pochi giorni, ricordiamo – è di nuovo quello che è anche il più sensato teoricamente, che trascuri le bizzarrie della politica di questo paese e di questi anni: e probabilmente il più auspicabile, per quanto disillusi e coi piedi per terra restiamo. Certo, dovrebbe diventare un paese normale, almeno un po’. Vediamo.

foto: LaPresse

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