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  • martedì 29 ottobre 2013

Ancora tagli all’università?

A leggere tra le righe della legge di stabilità sembra proprio di sì, nonostante le promesse di Letta e del ministro Carrozza

di Francesco Buscemi – @ilbuscemi

Il 5 maggio 2013, nel corso di un’intervista a Che tempo che fa, Fabio Fazio chiese a Enrico Letta se poteva garantire che la cultura non avrebbe subito ulteriori tagli. La risposta del Presidente del Consiglio fresco di fiducia fu:

«Mi prendo l’impegno. Io mi dimetto se dobbiamo fare dei tagli alla cultura, alla ricerca, all’università».

Effettivamente, con il cosiddetto Decreto del FARE il Governo cominciò già a invertire la tendenza rispetto ai tagli del passato. Tra i suoi articoli, infatti, l’art. 58 c. 1 eliminava uno dei meccanismi principali nell’azione di riduzione della spesa universitaria messa in opera da Maria Stella Gelmini e Giulio Tremonti nel 2008, cioè i rigidi criteri per sostituire i pensionati con nuovi assunti (il cosiddetto turn over). La questione è piuttosto tecnica, ma scendere nel dettaglio aiuta a capire come vengano scritte le leggi – e quelle che impongono tagli in particolare.

Il governo Berlusconi aveva stabilito nell’estate de 2008 che nel triennio 2012-2014 le università statali potessero assumere personale a tempo indeterminato e ricercatori a tempo determinato “nel limite di un contingente corrispondente ad una spesa pari al venti per cento di quella relativa al corrispondente personale complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente”. Per farla semplice, questo voleva dire che se dieci professori andavano in pensione in un’università, questa poteva assumerne solo due per sostituirli.

Così ha funzionato il meccanismo dei tagli all’università e il conseguente impoverimento dei dipartimenti: se smettono di lavorare un matematico, un chimico, uno storico, un fisico teorico, un fisico sperimentale, uno storico della letteratura francese, un filosofo, un latinista, un archeologo e un sociologo, ma l’università può assumere solo due persone, quanti dipartimenti saranno costretti a chiudere o a tirare a campare per mancanza di personale? Il freno alle assunzioni (o “blocco del turn over”) doveva passare al 50 per cento nel 2015 e sparire nel 2016. I soldi non spesi in stipendi di nuovi ricercatori e professori corrispondevano agli ingenti tagli all’università che l’agenda Tremonti-Gelmini prevedeva di applicare, e che furono in gran parte applicati (meno 63,5 milioni per il 2009, meno 190 milioni per il 2010, meno 316 milioni per il 2011, meno 417 milioni per il 2012, meno 455 milioni per il 2013).

Con il decreto del FARE, Letta e Carrozza cambiarono in effetti rotta. Il blocco del turn over venne ridotto alzando il “ricambio” al 50 per cento già per il 2014, mantenendo il ritorno al 100 per cento nel 2016. In un’intervista all’ANSA del 22 agosto 2013, la ministra definì il provvedimento in maniera entusiastica, subito dopo la sua conversione in legge:

« una svolta storica e che crea nuove opportunità di reclutamento per i giovani».

Secondo i calcoli di Maria Chiara Carrozza, solo questa misura avrebbe consentito l’assunzione di 1.500 ricercatori di tipo B e circa 1.500 professori ordinari.

Il provvedimento fu accolto con molta fiducia dal mondo dell’università, soprattutto da quella generazione di giovani e non più giovani ricercatori precari ancora in attesa di capire se riuscirà o meno a ottenere un posto di ruolo. Fino a quando il governo ha consegnato alle Camere il testo della legge di stabilità.

La nuova legge finanziaria prevede per il prossimo anno un aumento del fondo di finanziamento ordinario (FFO) dell’università di 150 milioni. La misura è stata presentata sulle agenzie di stampa come un’inversione di tendenza rispetto al passato. A un’attenta lettura della legge, però, l’associazione ROARS (Return On Academic ReSearch) ha denunciato che le cose sembrano non stare esattamente così. Nelle pieghe della legge, infatti, è scritto nero su bianco che l’aumento dell’FFO è accompagnato però da una riduzione del turn over fino al 2018, cioè due anni in più di quelli previsti dal decreto Gelmini. Con le modifiche di questa prima legge di stabilità di Letta e Saccomanni, il ricambio alle università è così regolato:

«Per il biennio 2012-2013 il sistema delle università statali può procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato di ricercatori a tempo determinato nel limite di un contingente corrispondente ad una spesa pari al venti per cento di quella relativa al corrispondente personale complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. La predetta facoltà è fissata nella misura del cinquanta per cento per gli anni 2014 e 2015 del sessanta per cento nell’anno 2016, dell’ottanta per cento nell’anno 2017 e del cento per cento a decorrere dall’anno 2018».

Se avete letto con attenzione i paragrafi precedenti, avrete notato che con lo stesso provvedimento (limitazione al turn over), Maria Stella Gelmini e Tremonti avevano provveduto a tagliare radicalmente i fondi all’università. Così sembrerebbe aver fatto anche il governo Letta. Come può combinarsi un tale provvedimento con un aumento formale del fondo di finanziamento ordinario per quest’anno?

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