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  • giovedì 12 settembre 2013

Perché uccidere con le armi chimiche è più grave?

Qualche risposta alla domanda che molti si sono fatti quando il loro uso episodico è diventato la svolta di una guerra da 100.000 morti

di Luca Misculin – @LMisculin

Dopo essere uscite per alcuni anni dal dibattito politico e dall’interesse giornalistico, nelle ultime settimane si è tornati a discutere molto di armi chimiche, per via del presunto bombardamento del regime di Bashar al-Assad su due quartieri di Damasco, in Siria, la mattina di mercoledì 21 agosto. Nei mesi precedenti i ribelli avevano più volte accusato Assad di usare armi chimiche, e lo stesso aveva fatto un’inchiesta di Le Monde: a un certo punto il presidente statunitense Barack Obama aveva definito l’uso di armi chimiche una «linea rossa», che se oltrepassata avrebbe generato gravi conseguenze. Il 4 settembre Obama ha poi precisato che «è stato il mondo a stabilire questo limite» e non i soli Stati Uniti.

L’escalation verbale – forse anche militare – che ha generato l’attacco di Damasco ha fatto chiedere a molti perché aver ucciso un migliaio di persone con le armi chimiche abbia scosso la comunità internazionale più delle 100.000 persone uccise con armi convenzionali nel corso della guerra civile. Detto che quello sull’inazione dell’ONU è tutto un altro discorso, e molti sostengono che la comunità internazionale si sarebbe in assoluto dovuta muovere molto prima, la domanda è legittima e ha delle risposte.

Obama ha fatto riferimento a una serie di trattati – per ultimo la Convenzione di Parigi sulla Proibizione delle Armi Chimiche del 1993 – coi quali negli anni si è cercato di limitare o impedire la proliferazione degli arsenali di armi chimiche. A oggi si stima che sia stato distrutto circa il 78,57 per cento dell’arsenale chimico in circolazione, pari a 55.939 tonnellate di sostanze. La Convenzione è l’ultima espressione di un pensiero comune che si sviluppò a partire della Prima guerra mondiale nella comunità internazionle: l’utilizzo delle armi chimiche va limitato, se non vietato del tutto.

Secondo l’Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons (OPCW), un’agenzia intergovernativa che si occupa del disarmo delle armi chimiche, quest’ultime vengono definite generalmente «sostanze chimiche contenute all’interno di un involucro, come una bomba o un proiettile». Secondo l’OPCW, in realtà, la definizione reale sarebbe più complessa: sulla carta moltissime armi “convenzionali” possono contenere sostanze chimiche, aggiunte poco prima del loro utilizzo. Le armi chimiche sono classificate in base all’effetto che producono sull’uomo: esistono quelle irritanti, vescicanti, soffocanti, velenose (letali), inabilitanti, insetticide, eccitanti e deprimenti.

Nonostante il numero dei morti causato da armi chimiche nei confilitti sia sempre stata una piccola parte rispetto al totale – nella Prima guerra mondiale e nell’attuale conflitto in Siria la percentuale è la stessa, cioè vicina all’1 per cento – il loro utilizzo è da molti considerato estraneo al “normale” comportamento bellico.

Un po’ di cose da sapere, prima
Nell’antichità l’uso di armi chimiche, sebbene fosse noto, era piuttosto raro: popolazioni come i Sumeri, i Greci, i Romani e i Cinesi hanno utilizzato con varia frequenza tecniche per avvelenare pozzi o le punte delle proprie frecce, oppure per soffocare i nemici con particolari sostanze tossiche generate da rudimentali reazioni chimiche. Nel Medioevo si diffuse la conoscenza di particolari composti sulfurei che venivano utilizzati durante gli assedi delle città, per asfissiare i nemici.

Con lo sviluppo della chimica moderna, i governi di varie nazioni dotarono il proprio arsenale di sostanze chimiche create artificialmente e sintetizzarono composti da utilizzare in guerra: l’esercito francese fu il primo a lanciare un gas lacrimogeno durante i primi mesi della Prima guerra mondiale, e da lì l’uso si diffuse in fretta. Nel corso della seconda battaglia a Ypres, in Francia, il 22 aprile 1915, l’esercito tedesco attaccò quello francese con del gas clorato: durante le battaglie nei territori al confine fra Francia e Germania, detto il fronte occidentale, si è stimato che furono utilizzate circa 50.965 tonnellate di gas tossici, fra cui cloro, fosgene e iprite. Quest’ultimo è considerato uno dei più dannosi per l’uomo: può penetrare i vestiti e creare piaghe nella pelle difficilmente curabili. Un’elevata esposizione all’iprite può provocare danni gravissimi all’apparato respiratorio e la morte.

Nel 1925, 38 nazioni firmarono il cosiddetto “Protocollo di Ginevra”, che divenne effettivo nel 1928: proibiva l’utilizzo di armi chimiche anche in contesti di guerra, ma non la sua produzione. Nonostante ciò, diversi paesi negli anni successivi violarono il protocollo.

Nel 1935 il dittatore italiano Benito Mussolini ordinò l’utilizzo di gas all’iprite durante la guerra coloniale che l’Italia stava combattendo in Etiopia. Cinque anni più tardi, nel 1940, il Giappone lanciò sul territorio cinese alcune bombe contenenti gas tossici: molte finirono sottoterra e nonostante il governo giapponese si sia impegnato a rimuoverle a proprie spese, fino al 2005 circa duemila cittadini cinesi sono morti in seguito al loro ritrovamento accidentale.

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