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  • venerdì 26 Luglio 2013

Le violenze domestiche negli Stati Uniti

E l'approccio "scientifico" di un centro del Massachusetts che sembra funzionare, a costo di qualche discusso intervento giuridico

di Antonio Russo – @ilmondosommerso

Secondo uno studio recente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi un terzo delle donne che hanno o hanno avuto una relazione di coppia hanno subito violenze fisiche e/o sessuali da parte del partner, e circa il 38 per cento degli omicidi di donne denunciati nel mondo sono commessi dal partner o dall’ex partner.

In Italia le morti causate da violenze domestiche sono una questione molto attuale, da tempo oggetto di dibattito pubblico e discussioni parlamentari, nonostante i disaccordi sulle definizioni e le difficoltà nella raccolta di dati pertinenti e nella stima esatta delle dimensioni del fenomeno. Da un’indagine ISTAT del 2006 – condotta su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni – risultava che in Italia 2 milioni 938 mila donne hanno subito violenze domestiche, quasi tutte non denunciate. Fatti di cronaca recenti mostrano la gravità del problema e, in alcuni casi, le difficoltà di venirne a capo avvalendosi delle leggi esistenti: la settimana scorsa, a Palermo, una donna di 26 anni è stata uccisa dal suo ex compagno, che era già stato denunciato sei volte prima di commettere l’omicidio; e a Brescia, i due figli di un uomo denunciato dieci volte per stalking dalla ex moglie (e madre dei figli) sono morti in un incendio nella casa del padre, le cui cause non sono ancora state chiarite.

Negli Stati Uniti, secondo una statistica del Dipartimento di Giustizia, una donna su quattro è vittima di violenze domestiche almeno una volta nella vita, e ogni giorno tre donne e un uomo sono uccisi dal proprio partner (circa l’85 per cento delle vittime di violenze domestiche sono donne). Tra il 2000 e il 2006 le violenze domestiche hanno causato 10 mila e 600 morti (7 mila e 400 in più dei soldati americani morti nello stesso intervallo di tempo). Tutti gli osservatori nazionali, gli enti internazionali e i centri di prevenzione concordano nel ritenere che i numeri delle violenze domestiche nel mondo siano sottostimati, perché sono solitamente ricavati a partire da dichiarazioni o denunce spontanee (mentre la difficoltà delle vittime ad ammettere e denunciare l’abuso è proprio uno degli aspetti più complessi e problematici del problema).

La settimana scorsa il New Yorker ha raccontato in un lungo articolo di Rachel Louise Snyder alcuni casi di violenza domestica negli Stati Uniti, e in particolare la storia tragica di Dorothy Giunta-Cotter, un caso del 2002 che ha contribuito a sviluppare standard di prevenzione più severi, caratterizzati da un nuovo tipo di approccio al problema e dall’adozione di strumenti legislativi più efficaci.

La storia di Dorothy Giunta-Cotter
William Cotter e Dorothy Giunta si incontrarono nel 1982, quando lui aveva vent’anni e lei quindici, e nei vent’anni successivi trascorsi insieme nella loro casa ad Amesbury, Massachusetts, Dorothy subì spesso le violenze di lui: una volta Cotter tentò di strangolarla con il cavo del telefono; un’altra volta – quando era incinta della loro seconda figlia – la spinse giù dalle scale, e dopo la visita d’urgenza al pronto soccorso le vietò di indossare il collare e prendere gli antidolorifici. Cotter era molto violento anche con le due figlie Kaitlyn e Kristen: durante una lite si sedette sul torace di Kristen – che allora aveva undici anni – impedendole di respirare.

Una volta Dorothy fuggì con Kristen in Maine, a 300 chilometri da casa, in una struttura di ospitalità per vittime di violenza domestica dove Cotter non avrebbe potuto trovarle (Kaitlyn, la figlia più grande, rimase ad Amesbury per continuare a frequentare il liceo e riuscire a diplomarsi). Dorothy cercò di ottenere lì un’ordinanza restrittiva – disse che il marito l’avrebbe uccisa, se l’avesse trovata – ma non riuscì a ottenerla perché il provvedimento non rientrava nella giurisdizione del Maine. Allora tornò ad Amesbury dove conobbe Kelly Dunne, direttrice del Jeanne Geiger Crisis Center (una struttura di ricovero e assistenza legale per le vittime di violenze domestiche), e riuscì ad ottenere l’ingiunzione nei confronti del marito.

In base all’ordinanza, Cotter dovette abbandonare la casa: il “Jeanne Geiger” aiutò Dorothy a cambiare serrature e consegnò dei telefoni a lei e alle due figlie. Dieci giorni più tardi, Cotter violò l’ordinanza e si nascose nel garage di casa, aspettando la moglie: quando Dorothy rientrò dal lavoro, lui la afferrò, le chiuse la bocca con la mano e le disse: «smettila di urlare o ti ammazzo». Dopo due ore e mezzo se ne andò, e il giorno seguente Dorothy andò alla stazione di polizia a denunciare tutto: «ogni volta che parlo con lui, mi spaventa», disse al detective Robert Wile. Cotter fu arrestato ma, in attesa dell’udienza, uscì pagando una cauzione di 500 dollari: aveva un lavoro regolare (faceva l’antennista e allenava una squadra sportiva locale) e non aveva precedenti penali, solo qualche contravvenzione e qualche assegno scoperto.

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