• Cultura
  • mercoledì 17 luglio 2013

Il razzismo c’è, e l’orango c’entra

Pierluigi Battista ribatte sul Corriere a quelli che dicono che Calderoli ha citato un animale come un altro

Intorno alla storia della stupida offesa del senatore Calderoli contro il ministro Kyenge si è rinnovata una discussione sul linguaggio razzista, discussione a volte strumentale e a volte no, in cui è stata evocata da alcuni commentatori l’opinione che il razzismo dell’offesa fosse stato sopravvalutato. Oggi sul Corriere della Sera risponde loro Pierluigi Battista spiegando perché no.

È vero, si fa un abuso intimidatorio del termine «razzista». Ed essere a favore dello «ius sanguinis» anziché dello «ius soli» non fa un razzista di chi lo propugna. Ma dare dell’«orango» a una donna di colore, per provocare risate e consenso nel contesto di un comizio, è specificamente razzista. Lo è storicamente: da sempre nell’iconografia cara al Ku Klux Klan il «negro» è paragonato, o addirittura identificato, a una «scimmia». Da sempre l’immaginario razzista si nutre dell’immagine del «negro» inferiore come di un sotto-uomo dai tratti scimmieschi: un gorilla, uno scimpanzé. O un orango, appunto. Darwin non c’entra. Non sono i nostri (presunti) progenitori a essere chiamati in causa, ma i nostri antenati che sono restati indietro, che non si sono sviluppati e, schiavi dei più bassi istinti naturali, non sono entrati nello stadio della civilizzazione. «Bingo Bongo» sta sugli alberi, come le scimmie. Nelle edizioni del «gioco dell’oca» dell’epoca fascista, le caselle con i bambini neri raffiguravano esseri umani molto simili a delle scimmiette. Una gaffe, dicono ancora. Un incidente, un’imprudenza, una cosa buttata lì con i freni inibitori allentati. Appunto: quando le inibizioni crollano, le pulsioni si manifestano senza le briglie dell’opportunità e della buona educazione. Esce fuori il profondo, normalmente seppellito sotto strati di autocensura civilizzatrice, di ossequi alle convenzioni. A Calderoli è sgorgato spontaneo il paragone. Non ha detto cane, o orso, o coccodrillo. Ha detto «orango» come l’hanno detto migliaia e migliaia di suoi predecessori che hanno dileggiato, raffigurato, deriso, linciato i neri come «scimmie».

(continua a leggere sulla rassegna stampa Treccani)

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