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  • lunedì 1 luglio 2013

Perché tutte queste proteste?

Secondo Thomas Friedman del New York Times le manifestazioni di questi mesi hanno almeno tre cose in comune

Thomas Friedman, bravo e stimato editorialista del New York Times che si è spesso occupato di politica estera e che ha vinto tre premi Pulitzer, ha cercato di spiegare perché negli ultimi mesi stanno avvenendo moltissime manifestazioni di protesta in vari paesi del mondo, apparentemente per motivi diversi. Secondo Friedman le recenti proteste in Turchia, Egitto, Russia e Brasile – ma ce ne sono state altre in Bulgaria, in Svezia, in Cile, in Israele e naturalmente in Grecia – sono state originate soprattutto da tre cause “profonde”, variamente riscontrabili in tutti i paesi coinvolti.

La prima causa, secondo Friedman, è la gestione “prepotente” del potere che hanno assunto i governi – sebbene siano stati eletti più o meno democraticamente – in particolare in Egitto, in Turchia e in Russia. In questi paesi, scrive Friedman, la maggioranza parlamentare ha scambiato la vittoria alle elezioni come “un lasciapassare per fare qualsiasi cosa abbia intenzione di fare, incluso ignorare l’opposizione, limitare la libertà d’informazione e comportarsi in modo prepotente e incline alla corruzione”.

Per trovare un esempio recente, durante i primi giorni delle proteste al parco Gezi a Istanbul era circolata molto una dichiarazione del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, che aveva detto ai manifestanti: «Fate pure quello che volete, tanto abbiamo preso la nostra decisione». Erdoğan in seguito ha poi rivisto la sua posizione, dopo molti giorni di disordini in città. In Egitto poi, in seguito alla vittoria elettorale, il partito islamista vicino ai Fratelli Musulmani ha occupato moltissime posizioni di potere nel paese, rifiutando il dialogo con l’opposizione anche riguardo questioni molto importanti, come per esempio la modifica della Costituzione.

Queste valutazioni non si possono certo estendere a paesi come la Svezia o la Bulgaria ma anche da quelle parti un significativo pezzo della popolazione pensa di non poter influire sulle scelte dei governi con metodi “canonici”, e che non gli resti quindi che protestare in piazza. Messo così, il discorso si può allargare anche a molte proteste europee contro l’austerità e al movimento statunitense Occupy Wall Street.

Il secondo motivo che elenca Friedman è la precaria condizione della classe media in questi paesi, danneggiata dai tagli alle politiche sociali e dalla sempre maggiore difficoltà di trovare lavoro.

Per tutti questi anni ai lavoratori era stato detto che se avessero lavorato sodo e si fossero comportati onestamente avrebbero potuto far parte della classe media. Questo semplicemente non è più vero. In questi anni di rapidissima globalizzazione e automatizzazione del lavoro chiunque è tenuto a lavorare di più e meglio, cercando di innovare ogni cosa che fa, arrivando anche al punto di reinventarsi; solo dopo aver fatto queste cose, è possibile forse far parte della classe media.

Questa situazione è aggravata dal fatto che molti partiti politici nei paesi coinvolti non si sono interessati davvero ai bisogni della classe media, scrive Friedman, e sono stati indaffarati soprattutto a conservare le loro posizioni di potere. In paesi come la Turchia, il Brasile, la Russia e l’Egitto, l’opposizione è semplicemente inefficace, oppure è impreparata di fronte alla prepotenza del governo.

L’ultimo fattore che cita Friedman è la maggiore diffusione, rispetto agli anni precedenti, dei mezzi di comunicazione e dei social network, che permettono alle persone di “entrare in contatto con altre persone che la pensano allo stesso modo e organizzare manifestazioni”, e contemporaneamente costringono i politici ad “avere un dialogo con loro”. Il risultato di questi fattori, secondo Friedman, è che “le democrazie negli ultimi anni sono diventate quantitativamente di più, ma sono anche molto più effimere. Avere più gente per strada, più spesso, per motivi sempre più disparati e con nuovi modi di comunicare porta la gente a far sentire la propria voce a un volume ancora più alto”.

foto: MAHMUD KHALED/AFP/Getty Images

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