La Banca del Giappone fa sul serio

Il nuovo governatore ha annunciato un enorme piano per immettere liquidità nell'economia: la borsa ha reagito con entusiasmo, ma ci sono dei rischi

Oggi l’indice principale della borsa di Tokyo è cresciuto del 3,8 per cento, raggiungendo i livelli più alti dall’agosto del 2008. Il motivo di tanto entusiasmo del mercato finanziario è dovuto a un grande piano della Banca centrale del Giappone per rilanciare l’economia del paese, un tentativo molto ardito di porre fine a molti anni di scarsa crescita economica per la terza potenza economica mondiale.

Giovedì 4 aprile la Banca del Giappone (BoJ) ha presentato un piano per pompare un’enorme liquidità nel sistema finanziario, per rilanciare la spesa e la concessione del credito in un’economia che ha sofferto per vent’anni di scarsissima crescita. La banca centrale ha detto di voler raddoppiare la quantità di moneta e di voler ottenere un’inflazione del 2 per cento nell’arco di circa due anni. Haruhiko Kuroda, il governatore della Banca del Giappone, è in carica dal 20 marzo 2013 e ha annunciato il piano dopo aver presieduto la sua prima riunione sulle politiche monetarie della BoJ.

Kuroda, 68 anni, non ha avuto paura di descrivere le dimensioni dello stimolo all’economia come enormi, ma ha detto anche che è l’unico modo per ottenere quei livelli di inflazione. L’aggressività del piano ha colto di sorpresa gran parte degli analisti, mentre lo yen ha perso immediatamente valore contro il dollaro, un’ottima notizia per le grandi aziende giapponesi che vivono di esportazioni: una moneta più debole rende le merci giapponesi più convenienti per gli stranieri e aumenta il valore degli utili che vengono riportati in Giappone dalle aziende del paese. Il valore delle azioni Nissan è cresciuto del 7 per cento, per esempio, e parecchi titoli bancari giapponesi hanno avuto rialzi simili.

Da dove vengono i guai del Giappone
Il Giappone si è trovato a partire dagli anni Novanta in una situazione di deflazione: l’inflazione, cioè, è scesa sotto lo 0 per cento annuo ed è diventata negativa, permettendo così di comprare più beni nel corso del tempo con la stessa quantità di denaro. Intuitivamente può sembrare che questa sia una bella cosa, ma nel caso del Giappone è stata in realtà una situazione terribile per l’economia. Il perché si capisce bene con un esempio: se ho intenzione di comprarmi un frigorifero e ho modo di pensare che tra uno o due mesi quel frigorifero costerà meno, aspetterò a comprarlo. Le fabbriche, quindi, si riempiono di merci invendute.

Per le economie moderne, si ritiene che una inflazione contenuta – diciamo sotto il 2-3 per cento – sia la situazione ideale. Qui entrano in gioco le decisioni di politica monetaria, in cui giocano un ruolo cruciale le banche centrali degli stati.

Concretamente, quando si dice che la banca centrale “immette denaro nell’economia” non bisogna pensare a furgoni blindati che escono dalla zecca e vanno a recapitare tonnellate di banconote in giro. Il modo principale con cui la banca centrale immette denaro nell’economia è comprare titoli di stato, che sono detenuti in percentuali importanti dalle banche private.

La banca centrale giapponese, infatti, ha detto che aumenterà i suoi acquisti di titoli di stato di 50 mila miliardi di yen all’anno, oltre 400 miliardi di euro: circa il 10 per cento del PIL annuale del Giappone. Un’altra mossa importante è l’annuncio di acquisti di titoli di stato con scadenze lunghissime, fino a 40 anni. Come ha spiegato BBC, l’idea principale è tenere bassi i tassi di interesse sui titoli di stato a lungo termine, un’altra mossa che dovrebbe spingere società e consumatori a prendere in prestito denaro e quindi a spendere.

Il meccanismo di fondo è semplice: la Banca del Giappone acquista un sacco di titoli di stato, facendone aumentare la domanda e scendere i rendimenti. Dal momento che investire in titoli di stato renderà poco o pochissimo, i giapponesi dovrebbero rivolgersi altrove per far fruttare i propri soldi. Le banche, riempite di soldi dalla BoJ che compra i titoli di stato che possiedono, ne presteranno di più e i consumatori li useranno per investire in beni o proprietà immobiliari. Alla fine la maggior liquidità in circolazione – con liquidità si intende genericamente contanti o titoli che possono diventare contanti facilmente, il che non corrisponde evidentemente a titoli di stato trentennali – dovrebbe far aumentare i prezzi dei beni e quindi l’inflazione.

I rischi del piano
Non è detto che tutto funzioni. Non è scontato che i giapponesi prenderanno davvero in prestito dalle banche per darsi a maggiori consumi, e la liquidità potrebbe starsene nelle banche senza arrivare alla cosiddetta “economia reale”. In generale nessuno sa in anticipo quali sono gli effetti delle misure prese dalle banche centrali: secondo una metafora efficace di Charles Wheelan, la politica monetaria “è l’equivalente economico della neurochirurgia”.

Questo è uno dei motivi per cui, secondo le teorie economiche più diffuse, è un bene che la banca centrale di un paese operi in autonomia rispetto al governo. Nel caso del Giappone questa distinzione sembra essersi indebolita, ultimamente: da tempo il nuovo premier Shinzo Abe – che ha scelto Kuroda – fa pressioni sulla Banca del Giappone perché “si preoccupi dell’economia reale” e persegua quindi una politica monetaria più aggressiva. Ma una politica monetaria più aggressiva può avere come conseguenza finale un aumento incontrollato dell’inflazione, che è proprio una delle cose che la banca centrale deve tenere sotto controllo.

In Giappone, poi, c’è un serio problema che riguarda le enormi dimensioni del debito pubblico del paese, che è intorno al 230 per cento del PIL (di gran lunga il più alto tra le nazioni industrializzate, quasi il doppio di quello italiano già altissimo). Il pericolo dell’iniziativa della Banca del Giappone è che un aumento dell’inflazione potrebbe causare un aumento sostanzioso anche dei tassi di interesse dei titoli di stato, che devono essere periodicamente ripagati dal governo giapponese. Viste le dimensioni del debito, anche un aumento degli interessi relativamente modesto richiederebbe al governo giapponese di trovare un sacco di soldi in più per ripagarli. Nel breve periodo, insomma, il piano di Kuroda potrebbe funzionare, ma alla lunga i conti pubblici giapponesi rischiano di trovarsi in difficoltà.

Nella foto, il governatore della Banca del Giappone Haruhiko Kuroda.
(TOSHIFUMI KITAMURA/AFP/Getty Images)