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  • giovedì 24 gennaio 2013

Guida al nuovo parlamento israeliano

I risultati definitivi, i numeri dei (tanti) diversi partiti e gli scenari sulle difficili coalizioni in ballo

Oggi il Comitato centrale per le elezioni israeliano ha annunciato i risultati definitivi delle elezioni politiche che si sono tenute martedì 22 gennaio per rinnovare i 120 seggi del parlamento unicamerale del paese, la Knesset. Già ieri, con oltre il 99 per cento dei voti scrutinati, il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu si è dichiarato vincitore e ha detto che gli spetta un terzo mandato, ma la sua coalizione elettorale è andata peggio del previsto: la coalizione del centrodestra dovrebbe ottenere 61 seggi su 120, rendendo difficile la formazione del governo (ieri si credeva in un pareggio 60 a 60, ma il partito HaBayit HaYehudi ha ottenuto un seggio in più). Haaretz ha pubblicato un grafico che riassume i risultati. L’affluenza è stata del 67,7 per cento.

Come si vede, il risultato è molto frammentato: ci sono ben 12 partiti che hanno ottenuto rappresentanza parlamentare. Questo è conseguenza, oltre che della grande diversità sociale degli abitanti di Israele, della legge elettorale israeliana. I parlamentari, infatti, sono eletti con un sistema elettorale strettamente proporzionale in una singola circoscrizione che comprende tutto il paese. Le liste dei candidati sono chiuse e non è possibile esprimere voti di preferenza. La soglia per l’ingresso in parlamento è molto bassa; inizialmente era dell’un per cento, percentuale che è stata alzata all’1,5 per cento nel 1992 e al 2 per cento nel 2006.

Vista la frammentazione, e la tendenza alla formazione di piccoli partiti fortemente personalizzati, tutti i governi dello stato di Israele sono stati governi di coalizione e nessun partito ha mai raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, con tutto il seguito di instabilità e di cambi di schieramento che ne consegue. Chi è andato più vicino a una maggioranza assoluta è stato il partito di Golda Meir nel 1969, che ottenne il 46 per cento dei voti e 52 seggi.

Un’altra premessa da fare è che, nel dibattito politico israeliano, le etichette “destra”, “centro” e “sinistra” non sono definite dai tradizionali temi sociali ed economici che distinguono i due schieramenti nelle democrazie europee. Quello che le distingue, invece, è molto spesso l’atteggiamento e le soluzioni proposte nei confronti della questione israeliano-palestinese.

Che cosa succede adesso
Dopo i risultati delle elezioni e il “quasi pareggio” tra le due coalizioni, due cose sono chiare: che quasi certamente Netanyahu diventerà di nuovo primo ministro e che la nuova Knesset sarà politicamente più spostata al centro. Il vincitore principale di queste elezioni, infatti, è il partito moderato di Yair Lapid, fino a poco tempo fa giornalista televisivo e popolarissimo in Israele. Il suo partito, Yesh Atid, ha ottenuto infatti 19 seggi, il miglior risultato dopo quello del Likud-Beiteinu di Netanyahu. Anche se c’è ancora molta incertezza, l’accordo di governo che per ora sembra più probabile è quello tra la coalizione di destra uscente e Lapid.

In realtà, inizialmente Lapid lo aveva escluso e poi ha dichiarato di voler appoggiare Netanyahu solo nel caso che anche altre forze dell’ex opposizione si uniscano a lui. La cosa che rimane ancora incerta, quindi, è se e quali altri piccoli partiti centristi si uniranno a Lapid nell’appoggio a Netanyahu e come reagiranno i partiti più a destra dello schieramento uscente.

I PARTITI
Blocco di centrodestra: 61 seggi
Likud-Israel Beiteinu (31 seggi). Questa alleanza è il principale sconfitto di queste elezioni, dato che alle precedenti elezioni politiche, nel 2009, i due partiti separati avevano ottenuto complessivamente 42 seggi. Il Likud (“consolidamento”), partito di centrodestra e di orientamento liberale in politica economica, è il partito del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, e ha una tradizione di conservatorismo sociale e particolare durezza riguardo la questione palestinese. Durezza attenuata, nella pratica, da molti leader più pragmatici del loro elettorato: Netanyahu, nel suo partito, è considerato un moderato. Il Likud e i partiti di cui è erede sono stati all’opposizione per quasi trent’anni, dalla fondazione di Israele nel 1949 al 1977, anno in cui il partito ha assunto il nome attuale.

Israel Beiteinu (“Israele, la nostra casa”) è il partito dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman (si è dimesso a dicembre), un personaggio molto discusso, accusato dai suoi critici di essere razzista, corrotto e ultranazionalista: il suo partito è principalmente quello della grande minoranza di origini russe ed è di orientamento piuttosto laico sulle questioni religiose, mentre è noto per le sue posizioni molto intransigenti nei confronti del dialogo con i palestinesi.

HaBayit HaYehudi (“la casa ebraica”) (12 seggi) è nato nel 2008 ed è il successore di un partito dalla lunga tradizione, il Mafdal. È un partito dalla forte ispirazione religiosa e sostiene fortemente il sionismo (il rimpatrio degli ebrei della diaspora in Israele), visto come uno strumento di Dio. Nel corso degli anni si è spostato sempre più verso destra, tanto che da alcuni è visto oggi come il braccio politico del movimento dei coloni degli insediamenti della Cisgiordania.

Shas (sigla che sta per “guardie sefardite [della Torah]”) (11 seggi) è il primo partito di questa lista che rappresenta principalmente i cosiddetti “ebrei ultra-ortodossi”, gli haredim (singolare haredi). È stato fondato nel 1984 come rappresentanza soprattutto degli haredim di origini sefardite (cioè della penisola iberica) o mizrahi (dei paesi arabi), tradizionalmente più poveri e abitanti dei piccoli centri. Ha creato una solida base elettorale anche fuori da quei due gruppi, che gli dà un ruolo centrale nella formazione di quasi tutti i governi di coalizione dalla sua nascita ad oggi. Negli ultimi anni si è spostata su posizioni intransigenti nella questione palestinese, mentre in origine si occupava soprattutto di tematiche religiose e faceva pressioni per maggior spazio da dare all’ebraismo nello stato di Israele.

Giudaismo Unito nella Torah (in ebraico Yahadut HaTorah HaMeukhedet) (7 seggi) è l’unione nata nel 1992 tra due piccoli partiti religiosi particolarmente litigiosi tra loro, che rappresentano gli haredim originari dell’Europa orientale. È particolarmente forte a Gerusalemme, dove ha raggiunto quasi il 20 per cento nel 2009. Preferisce non occuparsi del conflitto israeliano-palestinese e si concentra solo sulle tematiche religiose.

Blocco di centrosinistra: 59 seggi
Yesh Atid (“c’è un futuro”) (19 seggi): è il grande vincitore di queste elezioni. È un partito moderato e laico, di centro, fondato nel gennaio 2012 da Yair Lapid, popolarissimo giornalista televisivo israeliano. Sulla questione palestinese il suo programma è notoriamente vago, preferendo concentrarsi sulla lotta alla corruzione, i diritti civili e una maggiore laicità dello stato, la riduzione delle dimensioni del governo e del costo della vita.

HaVoda (“partito laburista”) (15 seggi): è il tradizionale partito politico del centrosinistra israeliano e il lontano discendente del movimento sionista, di ispirazione fortemente laica e socialista, al governo nei primi decenni della vita di Israele. Nel corso del tempo, il suo nazionalismo è andato diminuendo per una maggior apertura al dialogo con i palestinesi (era il partito di Yitzhak Rabin).

Meretz (“energia”) (6 seggi). È il partito ebraico più a sinistra di Israele, fondato nel 1992, noto per le sue posizioni a favore del dialogo con i palestinesi e per la difesa dei diritti civili laici, tra cui quelli delle donne e degli omosessuali. Da anni, come dimostra anche questo risultato, attraversa una perdita di consensi elettorali a causa del noto spostamento verso destra dell’elettorato israeliano e della polarizzazione del conflitto israelo-palestinese.

Hatnuah (“il movimento”) (6 seggi), è stato creato meno di due mesi fa da Tzipi Livni, ex leader del partito centrista Kadima, dopo la sua sconfitta nel marzo del 2012 nella lotta per la guida del partito, vinta da Shaul Mofaz.

Kadima (“avanti”) (2 seggi). Queste elezioni sono notevoli anche per la quasi scomparsa di Kadima, che nella scorsa Knesset era il primo partito con 28 seggi. Il partito liberale e di centro venne fondato nel 2005 da Ariel Sharon, quando il suo impegno unilaterale per l’abbandono di Gaza causò una crisi nel Likud, ma negli ultimi anni è praticamente scomparso per una serie di abbandoni dei suoi parlamentari verso destra e verso sinistra.

Lista araba unita – Ta’al (4 seggi). È il primo dei cosiddetti partiti “arabi”, che rappresentano per la maggior parte (ma non esclusivamente) la minoranza di cittadini israeliani che è di origine araba e di religione musulmana (circa il 20 per cento, anche se alcuni sono di religione cattolica o drusa). Gli arabo-israeliani tendono a identificarsi come palestinesi e si sentono spesso – con più di una ragione – discriminati e messi da parte nello stato di Israele. Un altro partito simile all’alleanza LAU-Ta’al è Balad (sigla per “assemblea nazionale democratica”) (3 seggi), che è ancora più deciso della prima nella sua critica allo stato di Israele: è noto ad esempio per sostenere apertamente Hezbollah.

Infine c’è Hadash (sigla per “Fronte democratico per la pace e l’uguaglianza”) (4 seggi) che è l’unione di alcuni piccoli movimenti politici dall’elettorato prevalentemente arabo, tra cui il Partito comunista di Israele.

Foto: AP Photo/Darren Whiteside, Pool

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