Cosa c’è nell’accordo sulla produttività

Molta fuffa e qualche linea guida su lavoro e formazione concordate da governo, imprese e sindacati (con il rifiuto della CGIL)

Nella serata di mercoledì 21 novembre, le “parti sociali” hanno firmato l’accordo con il governo che stabilisce le “Linee programmatiche per la crescita della produttività e della competitività in Italia”. Il provvedimento è stato sottoscritto da Associazione Bancaria Italiana (ABI), Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici (ANIA), Confindustria, Lega Cooperative, Rete Imprese Italia, CISL, UIL e UGL, ma non dalla CGIL, che ne aveva criticato i contenuti già a partire da settembre, quando erano iniziati i primi confronti del governo con le parti in causa.

Nel documento, tra molte affermazioni generiche e valutazioni sul recente passato, si chiede al Parlamento di rendere stabile la detassazione del salario di produttività per chi ha un reddito fino a 40mila euro lordi, con imposta al 10 per cento. Viene poi richiesta la possibilità di avere sgravi contributivi sulla contrattazione di secondo livello (quella che integra il contratto collettivo nazionale di lavoro con ulteriori acquisizioni). Nelle linee programmatiche si parla anche della necessità di rendere più equo il fisco, alleggerendo la pressione fiscale nei confronti di imprese e lavoro “del tutto sproporzionata e tale da disincentivare investimenti e occupazione”.

Il testo ribadisce anche che il contratto nazionale di lavoro dovrà dare solide certezze per quanto riguarda il trattamento economico dei lavoratori, e regole chiare e condivise per tutti i soggetti che coinvolge. L’aumento della produttività può essere discusso in sede di contrattazione di secondo livello, con particolare attenzione agli orari e all’organizzazione stessa del lavoro. Entro la fine dell’anno, dovrà essere definito un accordo anche per determinare la misurazione della rappresentanza sindacale.

Il governo e le parti sociali chiedono un rilancio dell’istruzione tecnico professionale, spesso trascurata e che non offre grandi opportunità per avere un lavoro dopo il diploma. Viene anche richiesto un maggiore coordinamento tra il sistema della formazione pubblica e quello della formazione privata, per ottimizzare le risorse e migliorare i risultati. Le parti sociali si impegnano ad avviare un confronto per incentivare la partecipazione dei lavoratori in azienda.

Nel documento si fa riferimento alla riforma del lavoro portata avanti dal ministro Elsa Fornero. Le parti hanno chiesto l’avvio di un confronto per verificare gli effetti della riforma, sulla quale continuano a esserci notevoli perplessità specialmente da parte di alcuni sindacati. Infine, le linee guida propongono una gestione “in piena autonomia” della contrattazione collettiva per la produttività, su temi come l’equivalenza degli incarichi, l’integrazione delle competenze lavorative e la determinazione degli orari, anche con modelli flessibili.

Nella conferenza stampa successiva alla firma dell’accordo, il presidente del Consiglio, Mario Monti, si è mostrato molto soddisfatto e ha confermato che le risorse messe a disposizione sono aumentate. Grazie ad alcuni emendamenti in Parlamento, nella cosiddetta “legge di Stabilità” per il prossimo anno si è passati dagli 1,6 miliardi di euro iniziali a 2,1 miliardi. Le modalità di spesa e di utilizzo dei fondi saranno specificate con un decreto del presidente del Consiglio. In una conferenza stampa separata, il segretario federale della CGIL, Susanna Camusso, ha criticato la scelta del governo e delle altre parti sociali per avere approvato un “intervento che accentua e alimenta la recessione” e che conferma l’accanimento del governo verso la parte più debole del paese. Per evitare possibili polemiche, Monti ha ricordato che nella fase di definizione dell’accordo non c’è “stato intento di isolare alcuni rispetto ad altri, tanto è vero che siamo qui a sollecitare la firma” del sindacato che manca, cioè la CGIL.

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