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  • giovedì 26 Luglio 2012

Gli impianti dell’Ilva sotto sequestro?

Alcune aree dell'acciaieria di Taranto potrebbero essere fermate, lavoratori e ambientalisti protestano gli uni contro gli altri, oggi se ne occupa il governo

Il giudice per le indagini preliminari di Taranto, Patrizia Todisco, ha depositato alla cancelleria del Palazzo di Giustizia il proprio provvedimento a seguito dell’incidente probatorio, chiuso il 30 marzo scorso, dell’inchiesta sull’inquinamento causato dallo stabilimento siderurgico Ilva. Tra le misure cautelari contenute nel provvedimento ci sarebbe il sequestro di una serie di impianti dell’Ilva, quelli dell’area a caldo, che dovrebbe essere notificato domani mattina. Oggi, il Sole 24 Ore scrive:

La sua applicazione, però, almeno per quello che riguarda gli impianti, non sarà immediata. Nel senso che non certo da oggi la produzione viene fermata, né scatta la fase dei «sigilli». Anzi, il tempo che passerà fra notifica ed attuazione del provvedimento potrebbe aprire qualche spazio e rendere forse meno dirompente il sequestro. La complessità del ciclo siderurgico è infatti tale da richiedere una programmazione di settimane oltreché l’adozione di una serie di cautele sul piano della sicurezza. Inoltre, si tratta di impianti che possono essere gestiti e fermati solo da personale specializzato per cui non è da escludere che alla fine possa essere la stessa Ilva ad ottemperare sotto la sorveglianza dell’autorità giudiziaria.

Lo stabilimento di Taranto 
L’Ilva di Taranto, da anni al centro di polemiche e proteste per via delle emissioni dei suoi impianti, è una delle più grandi acciaierie d’Europa. Si estende per 15.000.000 metri quadrati tra la via Appia e il mare e fornisce quasi la metà dei 26 milioni di tonnellate di acciaio prodotti ogni anno dall’Italia. Attualmente i dipendenti che l’Ilva occupa direttamente – senza dunque contare quelli dell’indotto – sono 11.571.

Lo stabilimento nacque all’inizio degli anni Sessanta nell’ambito della strategia di crescita delle Partecipazioni Statali. Nel maggio 1995 il Gruppo Riva, primo produttore di acciaio in Italia e terzo a livello europeo, acquisì il controllo delle società Ilva e quindi dello stabilimento di Taranto. L’attuale presidente è Bruno Ferrante, dopo le dimissioni di Nicola Riva date martedì 10 luglio.

L’inchiesta
Lo scorso 8 novembre il gip Patrizia Todisco, «tenuto conto delle segnalazioni tecniche e delle denunce pervenute dal Comune, dall’Arpa e da numerose associazioni ambientaliste», aveva nominato quattro periti (Mauro Sanna, Rino Felici, Roberto Monguzzi, Nazzareno Santilli) per verificare se «dallo stabilimento Ilva si diffondano gas, vapori, sostanze aeriformi e solide (polveri), contenenti sostanze pericolose per la salute dei lavoratori e per la popolazione del vicino centro abitato di Taranto».

Inoltre, i quattro tecnici avevano il compito di verificare (e per la prima volta nelle indagini che da più di quindici anni vengono condotte sull’Ilva) «se i valori di emissione di tali sostanze eventualmente ritenute nocive per la salute di persone e animali, nonché dannose per cose e terreni, determino situazioni di danno o di pericolo inaccettabili».

A marzo 2012 sono state presentate le perizie: dicono che l’alto livello di inquinamento a Taranto è prodotto principalmente dall’Ilva e che l’inquinamento ha una relazione diretta con il tasso di tumori che, in città, supera la media nazionale. In 13 anni, dal 1998 al 2010, si sono verificati 386 decessi per emissioni industriali e nei quartieri vicini allo stabilimento (Borgo e Tamburi) ci si ammala fino al 130 per cento in più che nel resto della città.

Gli indagati
Le persone coinvolte nell’inchiesta della Procura di Taranto sono cinque: gli ex presidenti dell’Ilva Emilio e Nicola Riva, l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso, e i dirigenti di due reparti, Ivan Di Maggio e Angelo Cavallo. Sono indagati per i reati di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico.

Le proteste
A Taranto, da una parte c’è chi difende il diritto al lavoro, dall’altra chi il diritto alla salute. Gli ambientalisti chiedono di chiudere lo stabilimento siderurgico, mentre gli operai hanno paura di perdere il lavoro. Nella mattina di ieri quasi cinquemila lavoratori hanno bloccato la statale Appia per Bari e quella per Reggio Calabria: protestano contro il possibile sequestro dello stabilimento o la chiusura dell’area a caldo. «Siamo di fronte a una fabbrica con produzione a ciclo integrale per cui se qualcuno, per poter risolvere i problemi, pensa di chiudere l’area a caldo è sicuramente fuori pista. L’Ilva senza area a caldo non ha motivo di esistere. Ovviamente bisogna rispettare l’ambiente e fare gli investimenti che sono necessari», ha spiegato Cosimo Panarelli, segretario della Fim Cisl di Taranto che, con le altre federazioni sindacali Fiom e Uilm, ha allestito un presidio all’esterno della fabbrica e annunciato un’assemblea per venerdì.

Oggi gli operai e gli impiegati dell’Ilva sono entrati regolarmente al lavoro. Dopo le proteste di ieri, un elicottero dei Carabinieri sta sorvolando l’area dello stabilimento e le strade vicine sono presidiate dalle forze dell’ordine.

Governo e regione
Ieri al Palazzo di Giustizia il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio ha incontrato il questore Enzo Mangini e il comandante provinciale dei Carabinieri, Daniele Sirimarco. Oggi si svolgerà un vertice al ministero dell’Ambiente per trovare una soluzione al conflitto che sta contrapponendo cittadini e lavoratori a Taranto.

(- Taranto divisa sull’Ilva, il servizio di Piazzapulita)

Il ministro Corrado Clini, i ministri dello Sviluppo e della Coesione territoriale, la Regione Puglia, i sindacati e Confindustria dovrebbero dunque stabilire il piano degli interventi di bonifica per l’area dell’Ilva, quantificare i finanziamenti necessari per realizzarli e individuare anche dove recuperare queste risorse.

– Makkox sull’Ilva di Taranto

(Nella foto: le ciminiere dell’Ilva di Taranto © Matteo Corner, LaPresse)