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  • venerdì 1 Giugno 2012

Gli ultimi 56 giorni di Paolo Borsellino: 1° giugno 1992

Dal libro di Enrico Deaglio, la cronologia degli avvenimenti tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio

Il nuovo libro di Enrico Deaglio – Il vile agguato (Feltrinelli) – è dedicato alle indagini sulla strage di via D’Amelio a Palermo in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino assieme a cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992. Il libro si conclude con una “succinta cronologia degli ultimi cinquantasei giorni di vita di Paolo Borsellino, compresi avvenimenti che avevano a che fare con lui, ma di cui non era a conoscenza”. Il Post pubblicherà in sequenza, assieme al secondo capitolo del libro, la successione di quegli eventi, a vent’anni di distanza.

Palermo, 1° giugno
Borsellino, tornato a Palermo, scrive al ministro Enzo Scotti che lo ha proposto al vertice della superprocura. Ecco il testo: “La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento”. Il giudice chiede quindi di poter “continuare a Palermo” la sua opera, “in una procura della repubblica che è sicuramente quella più direttamente e aspramente impegnata nelle indagini sulla criminalità mafiosa”. E lascia al ministro la libertà di diffondere la sua decisione. La lettera, però, resta riservata.
È il ricordo di una polemica lontana.

Diversi anni prima, lo scrittore Leonardo Sciascia, sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, aveva polemizzato con la nomina di Paolo Borsellino a procuratore di Marsala per “meriti antimafia”, preferiti ad altri, quali l’anzianità di servizio. Borsellino ne era rimasto molto amareggiato. Leggendo la sua lettera a Scotti, l’eco di quell’ingiusta accusa ritorna a farsi sentire. Con un linguaggio molto paludato che gli era proprio, Borsellino sta dicendo che non vorrebbe essere accusato di aver fatto carriera con la morte del suo amico più caro. La lettera è anche indicativa della sua distanza da manovre politiche, e della sua solitudine.
Borsellino, che Cosa nostra la conosce, sa anche che quell’annuncio lo espone ancora di più. “È come un osso gettato davanti ai cani,” commenta.