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  • mercoledì 23 Maggio 2012

Gli ultimi 56 giorni di Paolo Borsellino: 23 maggio 1992

Dal libro di Enrico Deaglio, la cronologia degli avvenimenti tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio

Il nuovo libro di Enrico Deaglio – Il vile agguato (Feltrinelli) – è dedicato alle indagini sulla strage di via D’Amelio a Palermo in cui fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino assieme a cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992. Il libro si conclude con una “succinta cronologia degli ultimi cinquantasei giorni di vita di Paolo Borsellino, compresi avvenimenti che avevano a che fare con lui, ma di cui non era a conoscenza”. Il Post pubblicherà in sequenza, assieme al secondo capitolo del libro, la successione di quegli eventi, a vent’anni di distanza.

23 maggio 1992
Paolo Borsellino accorre all’ospedale civico di Palermo dove è stato portato, in coma, Giovanni Falcone. È accompagnato dalla figlia Lucia. Le notizie sulla sorte del magistrato sono le più disparate: è ferito, ha le gambe spezzate, è già morto. Borsellino ottiene di poter entrare nella sala di rianimazione da cui esce pochi minuti dopo le 20. Mormora: “Giovanni mi è morto tra le braccia”. Consola la figlia Lucia che piange, riesce a mantenere per qualche attimo una compostezza, ma ha lo sguardo sbarrato; si accascia su una sedia in un pianto dirotto.
Il giorno dopo trasporta a braccia il feretro per l’esposizione nell’atrio del palazzo di giustizia, delle due salme: Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Si rivolge ai colleghi: “Chi vuol andare via da questa procura può farlo. Chi resta sappia che questo è il destino, il futuro è quello”.

Giovanni Falcone a cinquantatré anni è il più famoso giudice antimafia del mondo, quello che ha svelato e distrutto Cosa nostra, a Palermo e a New York. Aveva lasciato Palermo dove la sua vita era in pericolo, dopo la scoperta di un attentato con esplosivo piazzato davanti alla villa affittata per le vacanze, nel 1989. Chiamato dal ministro Claudio Martelli a Roma come ispettore generale degli istituti di prevenzione e pena. È il principale riferimento del procuratore distrettuale antimafia di New York, Rudolph Giuliani e del capo dell’Fbi Louis Freeh. Falcone sta per diventare procuratore nazionale antimafia, con poteri di coordinamento di tutte le inchieste, creazione di un archivio centralizzato, maggiori poteri di intervento e uso della Dia (Direzione investigativa antimafia), nuova formazione esplicitamente dedicata alla lotta alla mafia.
La nomina è possibile, ma non sicura. All’interno del Csm Falcone ha ancora molti nemici, sia a sinistra sia a destra. Alla Corte di cassazione sicuramente non lo amano. Il famoso e potentissimo giudice Corrado Carnevale, in conversazioni telefoniche con colleghi, non smette di insultare Falcone e Borsellino, anche da morti, applaudendo alla furbizia della mafia che insieme a lui è riuscita a uccidere anche la moglie di Giovanni.
Falcone viene ricordato anche al palazzo di giustizia di Milano (la sede della popolarissima inchiesta Mani pulite), ma una giovane magistrata, Ilda Boccassini, interrompe il clima di composta commemorazione, accusando i famosi colleghi di aver sempre osteggiato Falcone e la sua azione.

La società italiana è traumatizzata dalla notizia dell’attentato, la Rai impone di non interrompere i programmi di intrattenimento, per non alimentare il panico. Tramontano le ultime possibilità per Giulio Andreotti di diventare presidente della repubblica. Il 25 maggio, a sorpresa, viene eletto presidente Oscar Luigi Scalfaro, democristiano senza correnti, di Novara.
Palermo si riempie di lenzuola bianche appesi ai balconi, segno di resistenza. Poliziotti e magistrati accusano i loro vertici di essere collusi con la mafia.