Il tempo delle riforme

Se davvero si vogliono cambiare la Costituzione e la legge elettorale, procedure alla mano, è ora di darsi una mossa

Uno dei concetti che più spesso si è sentito ripetere dal momento dell’insediamento Monti, specie a fronte del diffuso apprezzamento per la sua fattività, è che anche il Parlamento non dovesse essere da meno e dovesse quindi approfittare del tempo a disposizione da qui alla fine della legislatura per fare le riforme che sono di sua principale competenza: le riforme istituzionali, la legge elettorale, il taglio agli stipendi dei parlamentari. Con gli stipendi dei parlamentari è andata come è andata: si è fatto qualcosa, probabilmente poco, e in modo confuso. Con le riforme costituzionali e con la legge elettorale si è cominciato ma ci si è fermati praticamente subito, nonostante ambiziosi progetti: “Entro due al massimo tre settimane si potrebbe giungere a un testo condiviso tra Pdl, Pd e Terzo polo sulle riforme costituzionali”, scriveva il 17 febbraio il Corriere della Sera.

Ugo Magri sulla Stampa di ieri spiegava perché il tempo delle riforme, ammesso che sia questa legislatura, stringe parecchio. “Se i maggiori partiti non si mettono d’accordo entro due settimane, è perfettamente inutile che continuino a parlare di nuova Repubblica: calendario alla mano, non riuscirebbero a finire l’opera prima che termini la legislatura”. Per cambiare la Costituzione serve che sia la Camera che il Senato esaminino e votino due volte lo stesso testo, e con un intervallo non minore di tre mesi fra la prima e la seconda revisione. Questa legislatura arriverà a naturale conclusione orientativamente tra un anno, nei primi mesi del 2013. Secondo Magri questo vuol dire che bisogna cominciare subito, prima dell’estate.

Entro Pasqua la riforma costituzionale andrebbe incardinata al Senato, l’Aula di Palazzo Madama sarebbe chiamata a mettere il timbro entro l’estate in modo da permettere alla Camera di pronunciarsi in ottobre.

La riforma costituzionale dovrebbe essere approvata entro l’estate dal Senato per permettere all’iter subito dopo le vacanze di ripartire spedito alla Camera e non di dover quasi ricominciare da capo. Ma data la necessità di non modificare più il testo dopo la prima approvazione, se si vuol stare nei tempi, questo vuol dire che le parti dovrebbero trovare un accordo il prima possibile. Nonostante l’imminente campagna elettorale per le amministrative, nonostante la discussione in corso sulla riforma del lavoro.

Oggi Luciano Violante, intervistato dal Corriere della Sera, dice che «ci sono le condizioni per andare avanti» ma che «si dovrebbe cominciare dalla prossima settimana, per concludere tutto a gennaio 2013» e che iniziare dopo le elezioni amministrative di maggio «può farci “sforare”». Le ragioni del mancato accordo fin qui sono di due tipi: di merito e di fiducia. Nel merito, il PD vorrebbe approvare solo i cambiamenti funzionali alla nuova legge elettorale mentre il PdL vuole “largheggiare”, scrive Magri, magari col presidenzialismo e sulla riforma del bicameralismo. Riguardo la fiducia, poi, entrambe le parti non si fidano dell’altra e le polemiche in corso sulla riforma del lavoro non aiutano a distendere il clima.

La riforma della legge elettorale non necessita di un iter lungo come quello delle riforme costituzionali ma si trova ugualmente in una situazione di stallo.

Sulla legge elettorale tutto si complica vieppiù. E non perché manchi una piattaforma di intesa. Anche in questo caso è stato individuato un minimo comune denominatore, un sistema a metà strada tra quello spagnolo e il modello tedesco, che va di moda ovunque. Le divergenze tecniche riguardano il recupero dei resti (su base circoscrizionale o nazionale?), il numero di voti da esprimere (solo al candidato o anche al partito?), come premiare la forza politica che arriva prima. Anche qui, con un tot di fiducia reciproca i tre leader non faticherebbero a intendersi; potrebbero dare semaforo verde alle riforme costituzionali, riservandosi di chiarire con calma i punti oscuri della legge elettorale, che comunque verrebbe calendarizzata dopo… Purtroppo Bersani, Casini e Alfano si guardano con sospetto.

foto: Roberto Monaldo / LaPresse