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  • venerdì 17 Febbraio 2012

Umberto Bossi, il vitellone

Marco Belpoliti nel suo nuovo libro spiega la funzione della trasandatezza di Umberto Bossi, e delle sue canottiere

Umberto Bossi è un senatore lombardo dal linguaggio rude che ama presentarsi con i capelli in disordine, la cravatta slacciata e abiti che gli cascano addosso, «come se fosse appena uscito da un litigioso consiglio d’amministrazione». Così scrive un professore di storia italiana dell’Università di Reading, Christopher Duggan, in un celebre e ampio saggio sulle vicende del nostro paese, dal 1796 al 2007: La forza del destino. Duggan ha probabilmente in mente uno stereotipo dell’industriale italiano che in qualche riunione dà battaglia agli amministratori della sua azienda. Ma la realtà cui fa riferimento la figura di Bossi non è quella di un imprenditore alle prese con litigiosi consiglieri, bensì quella del piccolo imprenditore lombardo, o veneto, che è il solo amministratore della sua azienda, la quale raramente si estende oltre il centinaio di operai, per cui i consigli di amministrazione non rientrano tra le sue prerogative settimanali o mensili.

Quel «disordine » che appare così evidente in tutte le istantanee del Senatùr a partire dal 1987, quando è eletto per la prima volta in uno dei due rami del parlamento di Roma, solo tre anni dopo aver fondato la «Lega autonomista lombarda», riguarda invece un altro stereotipo, quello del bar di provincia frequentato da giovanotti che, con un neologismo entrato nella lingua corrente, Federico Fellini ha definito « i vitelloni», dal titolo del suo film del 1953: un giovane perdigiorno, abbastanza stagionato, che qualcuno bene o male mantiene. Dietro di lui, racconta Fellini nel trattamento del film, c’è sempre una famiglia, una sorella, una zia, presso cui mangia, dorme, dalla quale si fa vestire, e a cui riesce sempre a scroccare un po’ di soldi per le sigarette, o per il cinematografo. Uno che non sa bene cosa vuol fare nella vita, e che disdegna i lavoretti, le piccole occupazioni che la cittadina di provincia offrirebbe alla sua scarsa preparazione. Di solito il vitellone non ha terminato gli studi, e non ha particolari attitudini.

Il regista ha ambientato il film, uno dei suoi più belli, nella città natale, Rimini, una storia evidentemente autobiografica; i suoi personaggi – Riccardo, Moraldo, Leopoldo, Alberto, Fausto – fanno progetti, giocano, buttano via il tempo, e si aggirano per i luoghi vuoti del divertimento estivo. Nella memoria di chi ha visto il film resta impressa una scena, quella in cui Alberto, interpretato magnificamente da Sordi, fa il gesto dell’ombrello con tanto di pernacchia nei confronti di un gruppo di operai al lavoro lungo una strada: «Lavoratori!!! Pruuuu!».

Ecco, per capire lo stile e i gesti di Umberto Bossi bisogna partire da qui, e non da un litigioso consiglio di amministrazione di qualche fabbrica del Nord come asserisce Duggan. Bossi è un vitellone, non uno dei ragazzi nullafacenti, sognatori, umanamente mediocri, degli anni Cinquanta, bensì un vitellone degli anni Settanta e Ottanta. Per collocare la sua figura – Bossi è, a suo modo, egli stesso uno stereotipo, seppur nella sua unicità, una maschera, se si vuole, cioè un ruolo e insieme un attore – bisogna tornare a un episodio su cui si sono soffermati i rotocalchi e i settimanali trattandolo come un fatto di colore, che tuttavia, in un personaggio in cui il colore – ovvero lo stile, l’abito e i gesti, oltre alle parole – è tutto, riveste un ruolo significativo.

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