Partecipanti alla manifestazione contro il razzismo di Firenze dopo l’uccisione di due senegalesi da parte di un fanatico, il 17 dicembre 2011 (ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images)

Al corteo con i senegalesi

Adriano Sofri su quello che ha imparato alla manifestazione di sabato a Firenze, sul buonismo e sul cattivismo

Adriano Sofri ha partecipato alla manifestazione contro il razzismo a Firenze, sabato, e ne ha raccontato su Repubblica di oggi.

Mi ero infilato – era facile, loro sono altissimi, io no – nel gruppo di senegalesi più arrabbiati. Scandivano i loro slogan sotto il palco, mentre dal palco li esortavano alla calma. C’erano delle donne, e una ha gridato in italiano: «Dobbiamo dire solo parole umane. Siamo qui per l´umanità. Siamo tutti uguali». Uno davanti a lei si è voltato: «Non siamo tutti uguali. Noi siamo migliori». Si sono messi a rimproverarlo, allora gli ho battuto sulla spalla e gli ho detto: «Hai ragione, siamo migliori». È rimasto un po´ interdetto, poi ha detto: «Io non sono razzista». Abbiamo concordato che potevamo dire: «Siamo tutti migliori».
La manifestazione non era, come distrattamente veniva da dire, «per» i senegalesi, ma «con» i senegalesi, e specialmente per noi. «Noi» abbiamo la tentazione di trattare questioni enormi come le migrazioni come se ne decidessimo. Io, per esempio, non saprei bene che cosa fare, se dipendesse da me, e tutt´al più mi par di sapere che cosa non farei: molte cose. (Farei bensì come Andrea Riccardi, la visita alla tomba di Jerry Masslo a Villa Literno, al campo rom incendiato a Torino, al Palazzo Vecchio di Firenze: che non è ancora una linea politica, ma la premessa, e quanto diversa dall´altra!). «Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato, ed allora ci si accorgerà che esistiamo», aveva detto Masslo, e toccò a lui, «prima». Dev´essere arduo per chi governa fare un buon uso della parabola del samaritano. Per noi un po´ meno. Il nostro prossimo non sono «i migranti», o «i senegalesi»: sono persone, quelle in cui ci imbattiamo, che si imbattono in noi. Perché sia chiara la reciprocità (pensiamo infatti a quella parabola immaginando di trovarci nei panni di quello che può aiutare il malcapitato, e mai del malcapitato) copio qui la motivazione della medaglia d´oro conferita da Ciampi nel 2004 a Cheikh Sarr, 27 anni, senegalese, lavorava da muratore: «Mentre si trovava nella spiaggia di Marina di Castagneto Carducci, udite le invocazioni di aiuto di un bagnante, si gettava in mare per soccorrerlo. Compiuto il salvataggio veniva sopraffatto dalla violenza del mare… Fulgido esempio di eccezionale coraggio, nobile spirito di altruismo e preclara virtù civica». (Era ferragosto, l´italiano salvato se ne andò senza dire grazie: a proposito di clandestini). Sarr aveva una bambina di 10 mesi, non l´aveva mai vista. Diop Mor aveva una figlia di 13 anni, e non l´aveva ancora mai vista, se non nella foto che sabato stava in testa al corteo.

(continua a leggere sul sito dell’onorevole Manuele Ghizzoni)