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  • venerdì 2 Settembre 2011

La canzone della rivoluzione in Libia

La storia di Masoud Bwisir, imprenditore libico diventato soldato contro Gheddafi, e della sua canzone

Masoud Bwisir ha 38 anni ed è l’autore di La mia nazione rimarrà forte, una canzone che negli ultimi mesi è diventato l’inno dei ribelli libici. Steven Sotloff racconta su Time che fino a febbraio, prima dell’inizio delle proteste contro Gheddafi, Bwisir viveva a Bengasi e faceva l’imprenditore: era il proprietario di diverse imprese, dagli autolavaggi ai negozi di vestiti. Nonostante il benessere economico e l’ammirazione che godeva tra i suoi concittadini Bwisir non era appagato: «I soldi non erano quello che cercavo», spiega. «Volevo aiutare il mio popolo». Così quando sono iniziate le rivolte a Bengasi Bwisir ha organizzato una specie di piccola pattuglia con altre sei persone. Dapprima si limitavano a lanciare dei sassi contro i soldati di Gheddafi, poi sono riusciti a impossessarsi delle armi. Dopo la vittoria dei ribelli a Bengasi, Bwisir e i suoi hanno lasciato la città e si sono spostati a combattere su altri fronti del paese: Ajdabiyah, Misurata e poi Tripoli.

In questi mesi Bwisir non ha solo lanciato granate e fabbricato bombe, ma ha tenuto alto il morale dei suoi compagni e diffuso gli ideali dei ribelli con la sua musica. Lunedì sera si è esibito nella piazza dei Martiri a Tripoli, l’ex Piazza Verde, davanti a migliaia di persone che sventolavano le bandiere dei ribelli libici e cantavano insieme a lui il testo di La mia nazione rimarrà forte: «la Libia è libera dal tiranno», «la democrazia appartiene al popolo», «la mia nazione rimarrà forte, la mia nazione rimarrà orgogliosa, la mia nazione resterà libera». Tra il pubblico c’erano anche i suoi compagni di battaglie. «La mia musica è la prima linea difensiva. Combattiamo, cantiamo e balliamo. Siamo persone per bene, non quello che il mondo si immagina», spiega Bwisir. Finito il concerto, Bwisir imbraccia il suo fucile e sale su un camioncino affollato di altri combattenti, avvertendo che la «Libia non è ancora un posto sicuro. Gli uomini di Gheddafi sono ancora là fuori e dobbiamo ancora farcela».