Tre scenari sul debito americano

Tra l'accordo bipartisan e il default, c'è la possibilità che Obama usi un'arma fine-di-mondo

di Francesco Costa

Al punto in cui siamo, è possibile – probabile, dicono altri – che dal 2 agosto in poi gli Stati Uniti siano impossibilitati a spendere denaro. Per quanto questo default avrebbe ragioni più politiche che economiche, le sue conseguenze sarebbero comunque disastrose. I mercati già in difficoltà brucerebbero miliardi di dollari, le agenzie di rating toglierebbero agli Stati Uniti la tripla A che garantisce l’affidabilità del debito, generando effetti a catena sulle borse di tutto il mondo e rischiando di soffocare la timidissima ripresa di questi ultimi mesi.

A che punto siamo
Venerdì sera lo speaker della Camera, John Boehner, ha ottenuto l’approvazione della Camera sulla sua proposta di innalzamento del tetto del debito, che però è stata immediatamente bocciata dal Senato: oltre a non avere il sostegno dei democratici, quella proposta non piace nemmeno a buona parte dei suoi colleghi di partito (in 22 hanno votato contro alla Camera, assieme ai Democratici). I tea party l’hanno votata dopo avere bocciato, la sera prima, una proposta più moderata. La proposta dei democratici, stilata dal leader della maggioranza al Senato Harry Reid, ha incontrato i malumori dell’ala liberal del partito e non sarebbe mai votata dai repubblicani della Camera. La Casa Bianca non ha una sua proposta: si è detta favorevole a quella di Harry Reid ma fa soprattutto da mediatore, invitando da settimane le due parti a raggiungere un compromesso. In sostanza, quindi, rimangono in piedi due proposte, entrambe piuttosto deboli e con poche speranze – diciamo pure nessuna – di essere approvate da entrambi i rami del Congresso. A quattro giorni dal 2 agosto, gli scenari possibili sono tre.

Opzione uno: il compromesso
Si tratta oggi dello scenario più probabile – anzi, del meno improbabile – nonché di quello esplicitamente evocato da Obama nel corso di una dichiarazione di venerdì pomeriggio. La leadership repubblicana e quella democratica possono incontrarsi a metà strada su una proposta che innalzi il tetto del debito fino a oltre le elezioni presidenziali, condizione fondamentale per i democratici, e senza introdurre nuove tasse, condizione fondamentale per i repubblicani. La proposta sarebbe osteggiata sia dall’ala liberal dei democratici sia, per ragioni opposte, dai tea party, ma potrebbe ottenere abbastanza consensi da essere approvata in modo bipartisan sia alla Camera che al Senato. Questo tra l’altro permetterebbe a chi ha seggi a rischio, da una parte e dall’altra, di non votare una misura così controversa: Boehner potrebbe dire ai suoi di averle comunque provate tutte mentre Obama darebbe la sua copertura ai democratici che voteranno il provvedimento. Questo scenario è il meno improbabile perché complessivamente il meno doloroso e più ragionevole, ma il tempo stringe e ogni giorno che passa le possibilità diminuiscono.

Opzione due: il colpo di mano
Se si dovesse arrivare al 2 agosto senza un accordo, Barack Obama potrebbe decidere unilateralmente di alzare il tetto del debito. La Casa Bianca direbbe di avere questo potere sulla base di quanto dice la Costituzione, hanno scritto sul New York Times i giuristi Eric A. Posner e Adrian Vermeule. Così come Abraham Lincoln ebbe il potere di sospendere l’habeas corpus durante la guerra civile, per proteggere gli interessi della nazione ed evitare una catastrofe, Obama potrebbe alzare il debito con un ordine esecutivo usando la stessa motivazione. Certo, ci sarebbero ricorsi legali e la destra accuserebbe Obama di metodi dittatoriali, ma politicamente la sua posizione sarebbe forte: potrebbe dire di aver messo in salvo il Paese dall’irresponsabilità del Congresso, rafforzando la sua posizione di “ultima persona ragionevole rimasta a Washington”. Naturalmente si tratta di una mossa disperata: può rivelarsi un successo, come l’intransigenza di Clinton prima del government shutdown del 1995, ma può anche ritorcersi contro la Casa Bianca in caso di condanna da parte della Corte Suprema. Di sicuro ricompatterebbe i repubblicani, che in questo momento appaiono tutt’altro che uniti.

Opzione tre: il default
Nel caso non si riuscisse ad arrivare a un accordo, come abbiamo detto, dal 2 agosto in poi il governo degli Stati Uniti non potrebbe più indebitarsi, quindi spendere altri soldi. Il ministero del Tesoro ha fatto diversi conti, in questi giorni, e sembra ormai certo che le attività del Governo possano durare almeno per dieci giorni oltre la scadenza del 2 agosto, pagando stipendi e sussidi. Poi bisognerebbe fermare tutto, ma è evidente che uno scenario così estremo ed emergenziale potrebbe spingere repubblicani e democratici a fare un ulteriore passo in avanti e superare l’empasse, probabilmente sottoscrivendo un accordo dal respiro più breve. La speranza è che l’economia mondiale non subisca troppi danni, nel frattempo.

foto: Alex Wong/Getty Images

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