I mercati se ne accorgono

Valutare la manovra trattenendo i pensieri qualunquisti, che tanto li avranno anche i mercati

di Igor Principe

Luigi Einaudi non è stato solo il secondo Presidente della Repubblica (ma il primo, di fatto, nel pieno esercizio delle proprie funzioni), il padre di un noto e capace editore, il nonno di un noto e capace compositore. È stato anzitutto un economista, liberale e moderato. Non uno della scuola di Chicago, libertaria più che liberale, per la quale ogni intervento dello Stato nel governo dei meccanismi spontanei di mercato è solo foriero di danni. No, Einaudi credeva nell’economia sociale di mercato. Una cosa – la faccio breve, ché non è il caso di scrivere trattati su cose peraltro già ampiamente trattate – secondo cui la spontaneità dell’agire di chi compra e di chi vende può essere corretta se si producono iniquità. E a correggerla provvede lo Stato, magari dicendo che, per esempio, nei trasporti ferroviari non ci può essere concorrenza ma solo servizio pubblico.

Lo diceva davvero, Einaudi, cui è stato risparmiato lo spettacolo della privatizzazione delle ferrovie italiane (chiedere ad Arenaways come vadano le cose nel settore).  Sui servizi pubblici, Einaudi spiegava con elementare lucidità come fosse giusto che a pagarli fosse la comunità attraverso le tasse. Aggiungendo di preferire un Paese con tasse alte e servizi efficienti ad uno con tasse basse e servizi inefficienti.

Il nitore del buon senso einaudiano è sporcato in questi giorni da una manovra di correzione delle finanze pubbliche semplicemente vergognosa. E non per le ragioni libertarie espresse per esempio da un ex ministro, Antonio Martino, grande accusatore dello statalismo di Giulio Tremonti. Martino è un economista molto sicuro di sé e altrettanto sicuro dell’inadeguatezza del “genio di Sondrio” (come lo chiama in quest’intervista): vai a sapere quanto in questo giudizio e nella scelta di votare contro la manovra proposta dal suo partito pesi o meno il naturale egotismo dello studioso. No, la manovra è vergognosa perché spinge anche il più pacato e ragionevole degli elettori ad abbandonarsi al qualunquismo.

Lo ha scritto anche il peraltro direttore del Post nel suo ultimo libro: parlare di Casta, sull’onda dell’opportuna e pregevole inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, comporta il rischio di finire a pensare “son tutti ladri”. E da lì ai Vaffa-Day è un attimo. Il risultato, nella migliore delle ipotesi, è un ulteriore scollamento tra il Palazzo e il resto del Paese: loro ermeticamente catafratti nel guscio dei propri privilegi; noi all’aria aperta, a tirar la cinghia sotto la pioggia.

Nella peggiore delle ipotesi, invece, torna la violenza di piazza, ma è ragionevole pensare che l’unica piazza in cui ciò avverrà sarà quella verbale della rete. Dove – per stare a Giove Pluvio – sarà una grandinata di insulti. Inutili, tanti e inevitabili. Perché – si diceva – anche il più ragionevole e pacato elettore non può mantenere un contegno da etoniano nel leggere che “mentre i ticket sui farmaci entreranno in vigore da lunedì prossimo, i tagli alla politica saranno irrisori e, per giunta, entreranno in vigore dalla prossima legislatura, per cui i politici oggi in carica non se ne accorgeranno nemmeno”. Dài, il vaffa gli scappa. E non perché deve pagare, ma perché sa che pagherà di più lo stesso tipo di servizio. Ora, anche a non voler pensare che in Italia tutto faccia schifo, anche ammettendo che ci sono, e non sono poche, le realtà in cui i servizi pubblici funzionano bene, ci si incazza comunque. Perché di sicuro c’è che non sto tirando fuori soldi per qualcosa di migliore. No. Pago, come un Gattopardo, perché nulla cambi.

Non c’è niente di saggiamente einaudiano in tutto questo. C’è solo l’immagine di qualcuno che ti chiede di prestargli un bel po’ di euro perché è in difficoltà nel mantenere la Porsche, che però non è il caso di cambiare per una Toyota. C’è un rapporto che non è tra cittadino e politica, ma tra sudditi e Sardanapalo. Con un’aggravante. S’è scritto che i mercati e le istituzioni abbiano apprezzato una manovra che ci metterebbe al riparo da attacchi speculativi e da rischi di default. Ci metterebbe, sì: il condizionale è d’obbligo. Perché se ha ragione Hans-Peter Burghof, i comportamenti dei politici contano e i mercati se ne accorgono.

Ecco, vien voglia di sperare che i mercati se ne accorgano. Perché questa manovra, sbollita la rabbia, ti fa pensare che gli attacchi ce li meritiamo davvero.