• Italia
  • martedì 14 giugno 2011

Che cosa cambia dopo i referendum

Corriere e Stampa spiegano che succede ora con acqua, nucleare e legittimo impedimento

Non sarà facile rimuovere il “significato politico” del risultato dei referendum dal dibattito, e probabilmente sarebbe anche poco realistico ignorare il valore del voto per il confronto tra maggioranza e opposizione. Ma in ogni caso si è votato su dei quesiti concreti anche se un po’ farraginosi, e il Corriere e la Stampa oggi provano a spiegare quali saranno le conseguenze concrete su quei quesiti concreti.

Acqua
È il tema su cui è più difficile capire cosa succederà, così come era difficile capirlo prima del referendum. “Ha prevalso il principio di salvare qualcosa dall’invadenza del mercato”, è l’analisi di Massimo Mucchetti a proposito del “plebiscito” nei referendum sulla privatizzazione della gestione, ricordando che il Corriere aveva suggerito di votare invece “no” all’abolizione delle norme, “per avere il servizio migliore ai costi più bassi possibili”. Ma come spiega Raffaello Masci sulla Stampa, c’è già un problema di omogeneità tra le norme italiane e quelle europee. “In sostanza si attendono lumi da una nuova legge”, ma intanto dovranno essere i Comuni a organizzarsi. L’obbligo di privatizzare almeno il 40% delle società idriche è stato abolito, ma la facoltà di farlo rimane: solo che con il risultato del secondo referendum i privati non hanno più interesse nel mercato. Quelli che però sono già entrati potrebbero secondo Masci, fare ricorso “per il repentino cambiamento, che trasforma i loro investimenti in flop”. Il rischio è che alzino le tariffe. Una soluzione sarebbe che il pubblico si ricompri tutto, ma non si sa da dove possano venire i soldi. Mucchetti propone un’Authority che coordini il caos che potrebbe nascere nei diversi comuni, ma si mostra preoccupato. Restano i limiti e le carenze dell’attuale gestione del servizio in molte zone d’Italia.

Nucleare
“Da troppi anni l’Italia non ha una politica energetica: l’ultimo piano nazionale, per giunta inattuato, risale addirittura al 1991. E ogni discussione finisce per trasformarsi regolarmente in una disputa ideologica fra Guelfi e Ghibellini anziché sul merito”, scrive Sergio Rizzo sul Corriere. E Roberto Giovannini sulla Stampa spiega che quella politica energetica ora è “legata a doppio filo alle rinnovabili”, e non a caso ieri i titoli delle aziende del settore hanno fatto un gran salto in borsa. L’Italia, continua Giovannini, “non ha un particolare bisogno immediato di energia elettrica” e i tempi di una transizione ci sono. Ma Rizzo spiega che non tutti sono d’accordo su questo, e che i costi saranno alti: meglio dedicarsi a “investire massicciamente nella ricerca, i cui destini sono stati invece qui da noi sempre condizionati in modo insensato dall’andamento del prezzo del petrolio. Da lì possono venire risposte imprevedibili e clamorose per il futuro nostro e dei nostri figli”. Quanto al nucleare, dice la Stampa:

Le ricerche su dove piazzare le centrali, ovviamente, finiranno al macero. L’Agenzia per la sicurezza nucleare un ruolo ce l’avrà: ci sono ancora le vecchie centrali non ancora decommissionate, bisogna trovare un deposito per quelle scorie. La ricerca continuerà, anche se ovviamente si lavorerà all’estero: Enel continua a gestire centrali in Slovacchia, Spagna e (in joint venture) Francia. I «contratti» con Edf per le centrali nucleari italiane non esistono e non ci saranno penali da pagare: a parte intese non impegnative, in concreto esiste solo una società mista Enel-Edf (Sviluppo Nucleare Italia) che doveva fare uno studio di fattibilità per i 4 reattori voluti dal governo Berlusconi.

Legittimo impedimento
“Nei fatti non cambierà assolutamente nulla”, scrive Paolo Colonnello sulla Stampa. Sia perché la Corte Costituzionale aveva, con la sentenza di gennaio, “svuotato” la legge bocciandola nelle sue parti più rilevanti; sia perché la legge era stata superata nei fatti da una prassi di accordi tra difese e collegi giudicanti sul calendario delle udienze “irrinunciabili”. Restavano utilizzabili alcuni motivi di impedimento, ieri aboliti, che però non erano mai stati chiesti dalla difesa di Berlusconi dopo gennaio. Restano valide le possibili richieste di rinvio o non partecipazione per importanti impegni di governo, che i collegi possono decidere se accettare.
Ma essendo di fatto una norma “ad personam”, la sua bocciatura ha praticamente solo conseguenze “ad personam”, che riguardano Silvio Berlusconi (sul Corriere della Sera Giovanni Bianconi è ottimista che il valore del voto dissuada la maggioranza dal cercare altre scorciatoie: ma è ancora in ballo la “prescrizione breve”). Il processo Mills va in prescrizione nel gennaio 2012 e non ci sono i tempi per un giudizio della Cassazione successivo a una sentenza. I processi sui diritti Mediaset e su Mediatrade hanno tempo fino al 2014, ma implicano solo potenziali condanne fiscali.
Resta il processo Ruby, tutto da giocare, che la difesa Berlusconi proverà a vincere stavolta anche sul campo.

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