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  • mercoledì 4 maggio 2011

La tortura è servita a qualcosa?

Il famigerato waterboarding è stato usato negli interrogatori per arrivare a Osama

I servizi segreti statunitensi hanno scoperto il nascondiglio di Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, spiando i movimenti di un corriere del leader di al Qaida, usato per mantenere le comunicazioni con il mondo esterno. Il corriere è stato identificato dopo anni di indagini grazie alle confessioni di alcuni detenuti di Guantanamo, il campo di prigionia di massima sicurezza statunitense sull’isola di Cuba, e in molti iniziano a chiedersi se le informazioni siano state ottenute o meno con interrogatori e metodi violenti paragonabili alla tortura.

Nel corso di una intervista concessa all’emittente televisiva NBC, l’attuale capo della CIA e prossimo segretario della Difesa, Leon Panetta, ha ammesso che alcune informazioni necessarie per scoprire il nascondiglio di bin Laden sono state ottenute con metodi duri di interrogatorio, compreso il “waterboarding”, il sistema di soffocamento del prigioniero con l’acqua al centro di un lungo dibattito negli Stati Uniti e ritenuto di fatto dalla maggior parte delle interpretazioni una tecnica di tortura, tanto da essere messo al bando da Obama nel gennaio del 2009.

A causa delle intense e prolungate polemiche sull’uso della tecnica, le parole di Panetta oggi rafforzano le posizioni di chi ha sempre sostenuto che ci possano essere deroghe alla legalità nel trattamento dei prigionieri e spazi per l’uso di simili strumenti in casi eccezionali. Molti negli USA sono intervenuti in questo senso e secondo John Yoo, funzionario del Dipartimento della Giustizia ai tempi della presidenza di George W. Bush, l’attuale amministrazione dovrebbe riconoscere a chi l’ha preceduta di aver assunto decisioni dure e a volte drastiche, che si sono però rivelate fondamentali per trovare il leader di al Qaida.

Scott Shane e Charlie Savage scrivono, però, sul New York Times che una analisi più attenta di quanto emerso nel corso degli interrogatori a Guantanamo dimostra che le tecniche violente per ottenere informazioni non hanno avuto molto peso nell’identificazione del covo di bin Laden. Un solo detenuto fornì dettagli utili per identificare il corriere di Osama dopo aver subito il waterboarding, mentre altri due prigionieri non diedero alcuna informazione utile nonostante l’uso dello stesso metodo. E anzi uno degli organizzatori degli attentati dell’11 settembre, Khalid Shaykh Mohammed, fu sottoposto alla tecnica del waterboarding per 183 volte, ma diede informazioni fasulle e fuorvianti sul corriere.

I primi dettagli sull’uomo di fiducia di bin Laden emersero a Guantanamo tra il 2002 e il 2003. Il corriere era noto con lo pseudonimo Abu Ahmed al-Kuwaiti e nei primi anni di indagini appariva più come una leggenda, un personaggio di fantasia impossibile da identificare sul territorio. Nel marzo del 2003 le cose cambiarono almeno in parte con l’arrivo di Mohammed nel campo di prigionia. L’uomo subì metodi di interrogatorio molto duri con l’intento di ottenere quante più informazioni possibili su al Qaida. I metodi di interrogatorio comprendevano il waterboarding, la privazione del sonno per molti giorni consecutivi, sbattere i prigionieri contro i muri e obbligarli a rimanere in posizioni scomode per molte ore consecutive.

Le prime domande su Kuwaiti furono rivolte a Mohammed nell’autunno del 2003, molti mesi dopo il waterboarding e gli interrogatori violenti. Il terrorista ammise di aver conosciuto l’uomo di fiducia di bin Laden, ma disse che non aveva alcun ruolo di rilievo nell’organizzazione terroristica e che si era ormai fatto da parte. L’intelligence statunitense decise di non abbandonare le indagini sul corriere e nel 2004 ottenne nuove informazioni interrogando Hassan Ghul, un membro di al Qaida catturato in Iraq.

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