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  • venerdì 8 aprile 2011

Chi era il killer dell’antrace?

La storia delle indagini sugli attentati che contagiarono 22 persone nel 2001

di Giovanni Zagni

A metà agosto del 2008, l’FBI tenne una conferenza stampa al suo quartier generale di Washington. E dichiarò concluse le indagini sulle lettere all’antrace che avevano terrorizzato il paese tra settembre e novembre 2001, negli Stati Uniti appena sconvolti dall’attacco alle Torri Gemelle. Al termine di sette anni di indagini, l’FBI riteneva di avere prove sufficienti per indicare il colpevole all’opinione pubblica. Ma non ci sarebbe stato nessun processo, nessuna difesa in tribunale, nessuna condanna: l’uomo in questione si era ucciso tre settimane prima.

In un articolo sull’ultimo numero dell’edizione americana di Wired, Noah Shachtman racconta come si arrivò ad indicare un microbiologo di sessantadue anni che lavorava per il governo, Bruce E. Ivins, come responsabile degli attacchi all’antrace. E perché, mentre le autorità concludevano le indagini, cominciarono i dubbi sulla sua colpevolezza.

Le lettere
Il 5 ottobre 2001 Bob Stevens, addetto alla sezione fotografica del tabloid Sun, morì a 63 anni in un ospedale della Florida. Il weekend precedente era andato a trovare la figlia in North Carolina in compagnia della moglie Maureen. Durante la visita Bob aveva iniziato a sentirsi poco bene. Manifestava i sintomi di una normale influenza: un po’ di febbre, qualche brivido. Dopo il weekend, la moglie guidò per tutta la strada del ritorno fino in Florida, mentre Bob sudava freddo sul sedile del passeggero. Verso le due del mattino del 2 ottobre, tornati a casa, suo marito faceva fatica a respirare e si aggirava per le stanze in stato confusionale, provando a infilarsi i vestiti e dicendo che doveva andare al lavoro. La moglie, spaventata, lo mise in macchina e lo portò all’ospedale. Bob entrò in coma poco dopo il ricovero e morì nel giro di tre giorni. I medici pensarono inizialmente a una meningite, ma i primi test diedero esito negativo. Alla fine identificarono la malattia che aveva ucciso Bob. Si trattava di antrace polmonare: una malattia endemica tra le pecore, i bovini e i maiali, ma rarissima nell’uomo. Negli Stati Uniti se ne erano registrati solo diciotto casi negli ultimi cento anni, l’ultimo dei quali nel 1976. Sembrava un caso isolato. Forse Stevens lo aveva contratto accidentalmente durante le passeggiate per i boschi del North Carolina.

Il 12 ottobre, una lettera piena di spore di antrace fu ritrovata alla sede del network televisivo NBC, a New York. Una settimana dopo, un’altra busta che conteneva una polvere marrone fu ritrovata dagli agenti dell’FBI negli uffici del New York Post. La polvere si rivelò antrace. Nei giorni successivi due dipendenti delle televisioni ABC e CBS contrassero la malattia, anche se non si trovarono mai lettere o pacchi sospetti. Un secondo gruppo di lettere, dirette ai senatori democratici Tom Daschle e Patrick Leahy, non arrivarono ai destinatari ma infettarono una decina di persone lungo il percorso attraverso gli uffici postali. Anche Stevens, chiariranno le indagini, aveva contratto la malattia il 19 settembre 2001, dopo aver aperto una busta indirizzata all’American Media Inc., la società a cui apparteneva il Sun.

In totale, almeno ventidue persone svilupparono la malattia, nella forma cutanea o nella più mortale forma polmonare, e cinque di queste morirono. Non si riuscirono mai a ricostruire tutte le fasi del contagio: l’ultima vittima, ai primi di novembre, fu una vedova di 94 anni di Oxford, una cittadina rurale del Connecticut. Viveva sola e non vedeva quasi nessuno. Tutte le buste contaminate che si riuscirono a rintracciare avevano il timbro postale di Trenton, New Jersey.

Le indagini
Le autorità impiegarono qualche giorno prima di rendersi conto che la nazione era sotto un nuovo attacco terroristico. L’FBI sapeva a chi rivolgersi per le prime indagini: un ricercatore della Northern Arizona University, Paul Keim, doveva il suo nome nella comunità scientifica proprio ad un test del DNA che permetteva di distinguere l’una dall’altra le diverse varietà del batterio Bacillus anthracis, il microorganismo che causa la malattia nota come antrace o carbonchio. Si scoprì che quella usata negli attacchi apparteneva ad un ceppo particolarmente potente, denominato Ames, usato in almeno una dozzina di laboratori di ricerca degli Stati Uniti per testare i vaccini e le nuove cure per la malattia. Migliaia di ricercatori avevano avuto a che fare con il tipo Ames, ma distinguere l’uno dall’altro i vari stock usati nei laboratori era molto difficile, perché discendevano tutti dai batteri isolati in una mucca morta a Sarita, Texas, nel 1981.

Difficile, ma non impossibile. Il test di Keim utilizzava una porzione minuscola del DNA del batterio: per fare passi avanti nelle indagini, forse era necessario decodificarlo tutto. Si trattava di riconoscere l’ordine e la precisa combinazione nei quali si succedevano le cinque basi che formavano il DNA, legate in milioni di coppie all’interno della celebre struttura a doppia elica. Un lavoro che avrebbe richiesto molti mesi e un sacco di soldi. Negli Stati Uniti c’era una persona sicuramente in grado di farlo, e si chiamava Claire Fraser-Liggett. Nel 1995, lei e il suo team erano stati i primi a mappare l’intero genoma di un batterio, e il suo ex marito, John Craig Venter, divenne celebre per il progetto partito a fine anni ’90 di decodificare completamente il genoma dell’uomo. Fraser-Liggett iniziò a lavorare su un campione tratto dal midollo spinale della prima vittima, Bob Stevens, mentre gli attacchi erano ancora in corso. Ma ci sarebbe voluto parecchio tempo per arrivare a qualcosa, mentre George W. Bush in persona faceva pressione sull’FBI perché si arrivasse in fretta a risultati concreti. Parecchia gente era in preda al panico. Quando le scorte dell’antibiotico più efficace contro l’antrace, il Cipro, cominciarono a scarseggiare, qualcuno prese la macchina e andò a comprarlo in Canada.

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