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  • venerdì 8 Aprile 2011

Chi era il killer dell’antrace?

La storia delle indagini sugli attentati che contagiarono 22 persone nel 2001

di Giovanni Zagni

La fine
Gli investigatori si concentrarono su Ivins e presto cominciarono ad emergere aspetti della sua personalità che mettevano in crisi il ritratto rassicurante che ne facevano amici e colleghi: lunghe ore in volontario isolamento negli stanzoni dell’USAMRIID, frequenti e inspiegabili tragitti in macchina verso mete ignote che non comunicava alla moglie, email a una studentessa di biologia che mostravano un morboso interesse per le attività della confraternita femminile Kappa Kappa Gamma.

Nel dicembre del 2003, l’FBI sequestrò l’intero flacone marcato RMR-1029. Le colture che ne derivarono erano identiche a quelle che si sviluppavano dall’antrace delle lettere. Intanto le indagini sulla corrispondenza privata di Ivins avevano mostrato una persona estremamente fragile e insicura, che scriveva di temere per la sua salute mentale e di sospettare di essere affetto da schizofrenia. Ivins veniva sentito sempre più spesso, mentre le indagini erano cresciute fino a produrre centinaia di migliaia di documenti: i dati erano contraddittori, e nonostante i grandi sforzi i risultati tardavano ad arrivare. Non si riusciva a trovare nessun testimone, nessuna confessione e nessun movente comprensibile. Altri sette campioni, tra centinaia, avevano sviluppato colture simili a quelle delle lettere e di RMR-1029. Come scrive Wired, contro Ivins c’erano in concreto «solo dati scientifici complessi, coincidenze difficili da spiegare e strani comportamenti».

La pressione su Ivins cominciò a cambiare il suo carattere di bonaccione alla mano. Iniziò a bere sempre più spesso e a fare discussioni accese con la moglie, con cui viveva a due passi dalla base. Ora, nelle sue email, parlava spesso di aver sprecato la sua vita nei corridoi senza finestre dei laboratori e di voler lasciare l’USAMRIID. Il primo novembre 2007, alla fine, l’FBI si decise per una perquisizione a casa sua. Quando si presentò al lavoro, quella mattina, lo chiusero insieme agli agenti nella stanza delle riunioni e iniziarono a fargli parecchie domande con tono deciso. Nel 2002 aveva mandato i campioni sbagliati. Perché? Il ricercatore non riusciva a dare risposte convincenti, era in difficoltà, si muoveva nervosamente e parlava in modo confuso. Disse persino che, in realtà, lui dell’antrace non era così esperto. Ma quando gli agenti gli chiesero della sua ossessione per la confraternita femminile e delle sue attenzioni pressanti verso una studentessa di biologia, Ivins si ammutolì e incrociò le braccia, mettendo fine all’interrogatorio. Al momento di tornare a casa, alle otto di sera, lo portarono in albergo insieme alla moglie e i due figli che la coppia aveva adottato.

La perquisizione si concluse alle cinque di mattina. In casa di Ivins non si trovò nulla. O meglio: si trovarono molte cose strane, parrucche da donna, lettere alla stampa e ai politici, fogli di carta con annotazioni che testimoniavano delle ossessioni di Ivins e tre pistole. Niente che potesse costituire un collegamento diretto con le lettere all’antrace, però.

Ivins rimase molto scosso dall’episodio. Sospettava dei suoi colleghi, anche di quelli che erano stati i suoi amici più stretti negli anni dell’USAMRIID. Rimaneva immobile nel suo ufficio per ore, a fissare il soffitto. A gennaio e febbraio del 2008 gli interrogatori dell’FBI scavarono nelle vicende più personali di Ivins. Seguendo le sue ossessioni, come lui stesso le definiva, aveva fatto lunghi viaggi da solo per vandalizzare la casa della studentessa della KKG. La moglie ne era all’oscuro. L’uomo parlò delle sue preferenze sessuali e della sua attrazione per il bondage. Alla fine gli agenti gli misero davanti il grafico che aveva tracciato circa sei anni prima, nel 2002, quello su cui aveva scritto “Daschle ≠ B. I. cultures”. Ivins non sembrava nemmeno ricordare di aver tracciato quel grafico.

Il 19 marzo Ivins fu ricoverato per aver preso troppe pillole e bevuto troppo alcool: dopo di che rimase quattro settimane in una clinica per malattie mentali del Maryland, ma al ritorno non sembrava essere molto migliorato. Durante gli incontri di terapia di gruppo a cui prendeva parte, faceva discorsi violenti che parlavano di pistole e di fare giustizia da solo di tutte le persone che gli avevano fatto del male.

Il giorno dopo uno di questi, gli agenti andarono a prenderlo all’USAMRIID e lo portarono all’ospedale perché il suo stato di salute venisse monitorato. Non lo arrestarono. Passò poco tempo e, la notte tra il 26 e il 27 luglio 2008, la moglie di Ivins trovò il marito incosciente sul pavimento del bagno. Aveva ingerito quasi due tubetti di un potente analgesico, il Tylenol PM: l’overdose causava lancinanti dolori addominali e la morte per il lento collasso del fegato. Ivins morì due giorni dopo.

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