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  • venerdì 8 Aprile 2011

Chi era il killer dell’antrace?

La storia delle indagini sugli attentati che contagiarono 22 persone nel 2001

di Giovanni Zagni

Bruce Ivins
Nel’ottobre 2003, intanto, Claire Fraser-Liggett e i suoi collaboratori avevano terminato l’enorme lavoro sul DNA dell’antrace preso dal corpo di Stevens e lo avevano confrontato con il campione di Ames più vicino a quello isolato nel 1981. Dalle differenze avrebbero capito quanti e quali modifiche aveva subito l’antrace a disposizione dell’attentatore e, forse, ricostruirne la storia attraverso i laboratori del paese. Ma i due campioni erano identici. Nessuna differenza, nessuna possibilità di individuare un preciso stock di laboratorio in base al DNA. Per due anni avevano seguito una costosissima e complicatissima pista morta.

Bisognava cambiare strada. La tattica alternativa migliore consisteva nel lasciar crescere le colonie di antrace per due o tre giorni più del tempo usuale nei laboratori di ricerca, e osservare la diversità nell’aspetto esteriore delle colonie sui vetrini. Piccole alterazioni del DNA dei batteri, invisibili al primo esame condotto da Fraser-Liggett, avrebbero reso forse possibili cambiamenti più macroscopici utili per distinguere i singoli campioni. L’FBI si era intanto fatta inviare un campione da ogni laboratorio degli Stati Uniti che avesse utilizzato l’antrace. Erano migliaia di provette e la raccolta era andata avanti per mesi.

Con questo metodo si trovarono diversi campioni interessanti, in cui i batteri si sviluppavano riproducendo esattamente i quattro tipi principali, classificati in base al colore e alla forma, che nascevano nelle colture usate negli attentati. Ma c’era qualcosa che non tornava: si trattava di batteri di Ames inviati dal laboratorio di Battelle, nell’Ohio, che li aveva avuti inizialmente da un ricercatore dell’USAMRIID, Bruce Ivins. Ivins aveva sviluppato, nel 1997, una grande quantità di antrace Ames molto potente, il distillato di 164 litri di antrace proveniente da 35 cicli di produzione diversi e concentrato in un litro puro. Il recipiente di laboratorio aveva un’etichetta che lo contrassegnava con la sigla RMR-1029. Da mesi Ivins aveva mandato all’FBI un campione proveniente da RMR-1029, ma da questo, si accorse con stupore il ricercatore incaricato dei controlli, si sviluppavano colture dall’aspetto completamente diverso. Ivins non aveva mandato il campione giusto all’FBI.

Bruce Ivins lavorava allo United States Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) da più di vent’anni. Si tratta di un istituto di proprietà dell’esercito americano e sembra nato apposta per dare realtà ai sogni dei fanatici complottisti o dei film di fantascienza. Sede del programma di sviluppo delle armi chimico-batteriologiche degli Stati Uniti prima della sua interruzione intorno al 1970, si trova all’interno della base di Fort Detrick, Maryland, e impiega ricercatori civili e militari per studiare vaccini, farmaci e contromisure difensive in caso di attacco batteriologico. È l’unico laboratorio dipendente dal Ministero della Difesa attrezzato per maneggiare i patogeni di classe 4, ovvero gli agenti biologici di massima pericolosità, quelli che causano malattie per i quali spesso non esistono vaccini, come i virus Ebola e Marburg.

Alto e magro, figlio di un farmacista dell’Ohio, Bruce Ivins era molto attivo nella vita sociale dell’istituto. Faceva volontariato alla Croce Rossa e suonava la tastiera in un gruppo rock. Alle feste beveva pochissimo ma se qualcuno gli capitava a tiro poteva bloccarlo parlandoci per ore, raccontando barzellette dall’umorismo discutibile. Girava ai colleghi mail con foto di gattini e si vestiva con camice a fiori troppo strette. I suoi collaboratori lo trovavano generoso e stravagante, persino per gli standard piuttosto tolleranti dell’USAMRIID.

Bruce aveva lavorato per anni a sviluppare colture di antrace, collaborando alla ricerca di nuovi vaccini per la malattia. L’FBI si era rivolta da subito al laboratorio dell’esercito per avere supporto nelle indagini e Ivins, in qualità di esperto, aveva mostrato grafici e dati agli investigatori sulle varietà del batterio. Aveva anche aperto la busta indirizzata al senatore Daschle, sotto gli occhi dei colleghi, in una cabina a tenuta stagna, scuotendo la polvere di antrace superconcentrato ed essiccato. «Non ho mai visto niente del genere», aveva detto. In uno dei primi incontri con gli investigatori, spiegò che l’antrace trovato nella lettera a Daschle era radicalmente diversa dai campioni che maneggiava nel suo laboratorio. “Daschle ≠ B. I. cultures”, aveva scritto a chiare lettere su un pannello.

Ma ora c’era il problema – il grosso problema – del campione fornito per gli esami dell’FBI.

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