• rassegna
  • Questo articolo ha più di undici anni

La lunga marcia dei ribelli

Il partecipato reportage dalla Libia di Bernardo Valli su Repubblica

Bernardo Valli è uno degli inviati in Libia di Repubblica. Un suo articolo, pubblicato sul giornale di oggi, ha il merito di tracciare in modo sintetico e completo un quadro della situazione: cosa fa il regime, cosa fanno gli insorti, cosa fa la coalizione internazionale, cosa potrebbe succedere nel breve termine. E si concede, in conclusione, un passaggio più intimo e personale.

La Libia rivela l’Italia. E gli italiani. Riflessi nello specchio libico, periodicamente riscopriamo alcuni caratteri che ci rendono riconoscibili a noi stessi e al mondo. Purtroppo non i migliori. La prima volta fu cent’anni fa, quando la “Grande Proletaria” volse alla conquista di Tripolitania e Cirenaica. E gli automezzi carichi di munizioni e viveri, e le armi automatiche, mitragliere e lancia razzi, che si lasciano alle spalle sono segni concreti di un fuga, e non di una ritirata strategica, come affermano i portavoce di Tripoli. In poche ore, da quando hanno dovuto abbandonare Ajdabiya, la città che sembrava imprendibile a centosessanta chilometri da Bengasi, le truppe lealiste sono state costrette ad allontanarsi precipitosamente dalla Cirenaica in rivolta, della quale stavano per riprendere il controllo.

Gli shabab, i ragazzi delle bande ribelli, sono entrati nella tarda mattina di ieri a Ras Lanuf, l’importante centro petrolifero, dopo avere occupato Brega ed altre due località minori. Più che una battaglia è stata una corsa di almeno trecento chilometri. La strada costiera sembra quella di una città all’ora di punta. Colonne di autocarri e camionette made in Japan corrono verso Ovest, portando ribelli che sparano per aria in segno di vittoria, E adesso l’obiettivo più ambizioso è la provincia della Sirte, dove è nato Gheddafi, e dove si trova la sua tribù d’origine. Quando covava grandi sogni, il colonnello voleva fare del modesto capoluogo la capitale degli Stati Uniti d’Africa. Se i suoi soldati dovessero abbandonarlo, sarebbe per lui una dura umiliazione.

(continua a leggere sul sito di Repubblica)