Il biotestamento autoritario

Adriano Sofri e la legge sul testamento biologico che cancella il diritto a fare un testamento biologico

Adriano Sofri su Repubblica di oggi commenta la cosiddetta “legge sul testamento biologico” che si sta discutendo alla Camera, già approvata dal Senato. “Cosiddetta” perché è una legge sul testamento biologico che demolisce esattamente il diritto a fare un testamento biologico che abbia un qualche valore.

Sapete come va, per lo più, la vita: dal tempo delle promesse a quello della gara accanita e poi delle abitudini, al bilancio delle realizzazioni mancate o dimezzate, fino a un umile augurio finale: “Lasciatemi morire in pace”. La legge sul fine vita, come si chiama ora, è una manomissione anticipata della preghiera di morire in pace. La sua vicenda è esemplare: comincia col desiderio battagliero di regolare per legge un dignitoso modo di accomiatarsi dal mondo.

Un modo che rispetti la libertà della persona e il diritto alla cura dunque a essere curati e a non esserlo più. Al battagliero progetto manca però, a differenza che nell’opinione pubblica, che lo condivide larghissimamente, una maggioranza parlamentare, che al contrario milita, per convinzione e per convenienza, in favore di una feticistica “indisponibilità della vita”, espropriata in concorrenza dallo Stato, dai politici, dai medici, dai magistrati, e finalmente, per conto di Dio, dalla Chiesa cattolica. Questa maggioranza si oppone strenuamente alla legge sul cosiddetto biotestamento, finché (specialmente per amore di Eluana Englaro o in odio a Beppino) la sua eminenza grigia si accorge che una resistenza di retroguardia è destinata a fallire, e capovolge la strategia: ora è lei a volere la legge, e a farne un proprio cavallo di battaglia, fissando quella che finora era un’impensata assurdità, cioè che non sia lecito in extremis alle persone consentire o dissentire dalle cure, al punto di rendere obbligatoria, anche contro l’espressa volontà del “paziente” (nome appropriato per difetto), la nutrizione e l’idratazione forzata. I fautori originari della legge, attaccati al principio dell’autodeterminazione delle persone, siccome sono anche un po’ ingenui, ci mettono un po’ a capire che continuare su questa strada significa tirarsi addosso un macigno. Così, mentre l’altra parte non fa che rincarare esosamente le proprie pretese di sequestro preventivo di persona a fine vita, si affannano a cercare di limitare i danni, invece di ripiegare sulla nitida ammissione che nessuna legge è meglio che una orribile legge, e di avvalersi della benvenuta compagnia di personalità e gruppi che, pur in seno alla maggioranza vescovista (ma lo Spirito soffia, e anche fra i vescovi ci sono differenze) non è disposta a spingersi fino a un’invasione così grave delle vite degli altri. Dovrei dire delle morti degli altri, di ciascun altro, e a chi sia pronto a riflettere senza pregiudizio apparirà chiaro come in questo punto cruciale vite degli altri e morti degli altri diventino sinonimi, e l’enormità del sequestro del fine vita coincida col sequestro delle vite.

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