• Cultura
  • mercoledì 23 febbraio 2011

«Ma mica sarai comunista, prof?»

È uscito «Quelli che però è lo stesso», il romanzo di Silvia Dai Pra', insegnante nella periferia romana

"Li guardo. Hanno crani rasati su cui si ergono creste da mohicano, piercing al labbro e al sopracciglio, tatuaggi che escono dalla maglietta, figure stilizzate che fanno sesso a pecora sulle t-shirt, zeppe di dieci centimetri, occhi stropicciati dalle canne"

di Silvia Dai Pra'

Sono finita qui a mondare i peccati del mio fallimento. Diploma con sessanta sessantesimi, laurea con centodieci e lode, dottorato di ricerca con borsa vinto a venticinque anni, un anno di studio a Copenhagen, un anno a Parigi, due lingue straniere scritte e parlate, diverse pubblicazioni – e il risultato è stata la mia prima convocazione in provveditorato, una mattina in cui settembre spargeva su Roma una luce ancora estiva, straziante: cinque ore di grida, crisi isteriche, ipotetici complotti, telefonate ai carabinieri e ai sindacati da parte di una massa di precarie pericolosamente vicine alla menopausa, e il ritorno verso la metropolitana con in mano il documento che attesta il mio primo incarico annuale come professoressa, mestiere che sia mia nonna che mia madre erano riuscite a fare con una semplice laurea sul curriculum, dei figli in arrivo, e, attorno, un mondo che considerava quel mestiere già un successo, per una donna.

E sono finita qui, a Ostia Nord, in un tratto di lungomare in cui i ristoranti di pesce kitsch lasciano spazio a casette tutte a un piano, colorate, con gli aquilotti o i leoni in pietra sul cancello, casette che hanno iscritto nel dna la loro nascita abusiva, per redimersi al primo (se l’hanno fatto) condono edilizio – e poi: un mare che tende al marrone, una striscia di sabbia ricoperta di bottiglie che degrada verso la foce del Tevere e le baracche dell’Idroscalo, parchetti invasi di spazzatura, palazzi in lontananza.
Sono finita qui, davanti a questo ecomostro di un bianco accecante, con la bidella che mi accoglie sui portelloni antipanico dell’ingresso chiedendomi: carina in che classe stai non t’ho mai vista?; una signora con un tailleur blu e una spilla a forma di foglia dorata sul bavero della giacca che mi ficca un registro in mano e mi spiega che, in quanto ultima arrivata, non potrò pretendere molte modifiche su un orario personale che si spalma dalle prime luci dell’alba a parecchio dopo il tramonto; e un gruppo di signore vestite Max Mara nella sala docenti – capelli mesciati, anelli costosi, l’aria della moglie del professionista che lavora mezza giornata solo per giustificare la necessità di avere una donna di servizio – che non si curano di salutarmi. «Professoressa, venga con me, la accompagno in classe…», è dal giorno della mia maturità che non entro in una scuola, ed ora, all’improvviso, eccomi: professoressa.

«Uh, il serale, quanto ti invidio…», a confortarmi giunge il ricordo della voce della mia zia di Trento. «È stata la mia migliore esperienza nella scuola, davvero… Intanto non hai il problema della disciplina, il che è già tanto. E poi, troverai persone motivate. Persone che vogliono imparare qualcosa, veramente!» «Il serale, accidenti…», ripesco pure il ricordo della voce di un mio amico di Padova: «Ci sta insegnando mio fratello… ed è troppo contento! Ha tutti questi stranieri, gente che lavora, che dietro ha delle storie… pensa che tanti di loro il diploma ce l’hanno già, qualcuno c’ha pure la laurea, solo che devono rifare tutto da capo perché qua i titoli non glieli accettano…».

«Il serale, che incubo…», adesso è il momento di riesumare una conversazione con un depresso fiorentino: «Io ho smesso di insegnare, dopo quell’esperienza… c’erano tutti questi… adulti… che mi guardavano male, capisci? Che mi facevano domande! Domande su domande, sembrava che volessero sapere tutto!» Trento, Padova, Firenze: ma non Roma. Dove nessuno si sarebbe curato di spiegarmi perché, ad aspettarmi davanti alla classe, ci fossero loro: i ragazzi espulsi da tutte le scuole del regno.

«Che è, ’na pischella?»
«Me vié già da ride. Ma quanti anni c’hai?»
«E mo mica vorrai spiegà?»
I ragazzi problematici, i ragazzi che la scuola normale non vuole più perché “impediscono il regolare svolgimento del programma”, i ragazzi che, a furia di sospensioni, sono stati, non messi alla porta, ma dirottati qui: in modo che l’istituto non venga meno al suo dovere di combattere la dispersione scolastica, o (se vogliamo vederla in un altro modo) in modo che la scuola non perda neanche uno studente, e quindi neanche un euro di finanziamento.
Li guardo. Hanno crani rasati su cui si ergono creste da mohicano, piercing al labbro e al sopracciglio, tatuaggi che escono dalla maglietta, figure stilizzate che fanno sesso a pecora sulle t-shirt, zeppe di dieci centimetri, occhi stropicciati dalle canne.

«Certo che la prof vuole fare lezione! La prof è qui per fare lezione!»
Gli adulti: esistono. Sono lì, sparsi nell’aula, le gambe che si allungano sotto il banchetto in fòrmica, quelli che presto scoprirò essere carabinieri e finanzieri, a pochi metri da coloro che, forse, tra pochi anni trarranno in arresto: qualcuno mi osserva con piacere, altri, con fastidio, aspettano che io mi imponga. «Seeee… lezione!» Jessica, imparerò a conoscerla: ma per ora vedo solo un essere in sovrappeso con una tuta in acetato blu che scivola su mutande bianche da maschio. «Con questa ar massimo se famo du’ cannette!»

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