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«Ma mica sarai comunista, prof?»

È uscito «Quelli che però è lo stesso», il romanzo di Silvia Dai Pra', insegnante nella periferia romana

"Li guardo. Hanno crani rasati su cui si ergono creste da mohicano, piercing al labbro e al sopracciglio, tatuaggi che escono dalla maglietta, figure stilizzate che fanno sesso a pecora sulle t-shirt, zeppe di dieci centimetri, occhi stropicciati dalle canne"

di Silvia Dai Pra'

«Adesso zitta!»
Salvo, carabiniere di un metro e novanta, batte il pugno sul tavolo. «Noi siamo qui per studiare, mica per sentire te!»
«È… lo sbirro è… il mestiere più infame che c’è…» canta un nanerottolo dalle retrovie: assomiglia ad Alvaro Vitali, e non sono certo la prima a notarlo visto che tutti lo chiamano Pierino, anche se al secolo fa Tomas Di Serio. «Quando indossa la divisa un leone è…».
«Professoressa, lei ci fa pure storia?» un ragazzo che mi dà del lei! Gli sgrano gli occhi addosso, accenno un sì con la testa. «Allora ci parlerà pure delle foibe?»
Foibe, un fremito: e non so che mi stanno mettendo alla prova, non so che, in questo mondo di comunisti, l’intento di Flavio è quello di sapere se la mia apparente gentilezza si spingerà fino al punto di portare, nell’insegnamento della storia, la loro storia.
«Be’, sì. Penso di sì. Dovremmo».
«Bene» dice Flavio, cacciando fuori il quaderno: sull’avambraccio la scritta tatuata La paura è delle prede si intarsia a una tigre che sta per spiccare un balzo.
«Allora? Di che ci parla?»
«Perché un uomo è un uomo se c’ha una tradizione, e c’hai una tradizione se c’hai una razza, e c’hai una razza se la sai rispettare ed onorare e questo si chiama avere le palle!»

Carlone mi sembra, rispetto ai ragazzi, un fascista rassicurante. Un fascista cresciuto, fallito, travolto da una moglie che non è voluta restargli accanto, dalla nascita dei cocopro e dei cococo, dalla crisi economica mondiale, dal boom dei centri commerciali e dei mobilifici a basso costo, e, ovviamente, dal complotto giudo-plutaico-massonico che lo condanna, a quasi quarant’anni, a vivere ancora con la mamma. È qui, nel cortile della scuola, davanti a me, professoressa da un’ora e mezza, con la fiamma dell’accendino pronta a farmi accendere, e il braccio che spinge contro il torace, in modo da far risultare il bicipite ancora più mastodontico.
E in modo che io possa leggere agevolmente la scritta a caratteri gotici che gli spunta tra la peluria del braccio: memento
audere semper.

«Lo sa che vuol dire, vero?»
«Ma che, m’hai presa per scema?» sorride: gli piacciono, le risposte così (sì, Carlone non cerca la donna sottomessa, vuole l’agone intellettuale, la dea da venerare, la gemella – me ne ricorderò, più avanti).
«…e poi, perso il lavoro in azienda ho rilevato un negozio di lampade e lampadari. Ho lasciato l’insegna vecchia perché non c’avevo i soldi, ma poi, appena ne facevo un po’… insegna nuova, nome nuovo: mea lux. ’Na favola, eh?»
«E poi che è successo?»
«Il capitalismo, pressoré: m’ha schiantato». Carlone è un fascista rassicurante, perché è un perdente: rimestare nei rifiuti del novecento, per lui, è un modo per fornire una spiegazione storica al lettino a una piazza nella stanza che a quarant’anni divide ancora col fratello; recuperare il concetto di impero romano conferisce al suo essere di Ostia una superiorità rispetto a quelli di Piacenza o di Sondrio; rispecchiarsi nell’iconografia fascista, in quei corpi virili, potenti, testosteronici, dona un significato particolare al suo essere (almeno quello) nato maschio.

«Io mica volevo vendere marchi da globalizzazione tipo l’Ikea, io volevo lavorà con gli artigiani, con la gente che fa con le sue mani, con queste pressoré, con le mani! Ma con queste cose non campi, pressoré. Fallito quasi subito. Manco l’insegna ho comprato, manco l’insegna…», e adesso mi sbatte in faccia altri tatuaggi: un drago fantasy, Per aspera ad astra, una banale celtica, e due uomini che fanno sesso da tergo.
«Scusa un attimo…», due ore da professoressa, e il concetto che la relazione educativa è una relazione che riesce se l’insegnante mantiene la giusta distanza, instillatomi per ogni via durante gli anni della ssis, è già andato dove merita di andarsene: gli afferro il bicipite e lo osservo.
«Scusa… e questi due?»
«Rugby» risponde con orgoglio.
«Sembra più…»
«È un placcaggio. Questo sò io» dice, indicando il soggetto passivo. Trattengo una risata: lui mi guarda.
«Lei c’ha proprio della figlia del sole, pressoré. Gliel’hanno
già detto?»
«Cosa sono?»
«Una figlia del sole. Non sa cos’è?» la mia ignoranza lo conforta, lo rallegra, lo esalta: le mascelle, il torace, le spalle, tutto in lui si gonfia fino a farlo sembrare uno dei marmi del foro olimpico. Scuote la testa, divertito. «Allora c’ha ragione Jessica che sei proprio ’na pischella!»
«Ma cosa sono questi figli del sole?»
«Te lo spiego poi» dice lui, passando con disinvoltura dalla terza persona alla seconda.

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