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«Ma mica sarai comunista, prof?»

È uscito «Quelli che però è lo stesso», il romanzo di Silvia Dai Pra', insegnante nella periferia romana

"Li guardo. Hanno crani rasati su cui si ergono creste da mohicano, piercing al labbro e al sopracciglio, tatuaggi che escono dalla maglietta, figure stilizzate che fanno sesso a pecora sulle t-shirt, zeppe di dieci centimetri, occhi stropicciati dalle canne"

di Silvia Dai Pra'

Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole… Non c’è Ostia senza che il pensiero corra a Pasolini, non c’è tentativo di capire la periferia romana e i suoi giovani fascisti senza cercarne il motivo nei suoi scritti – anche se dubito che Tommasino di Una vita violenta avesse improbabili cappelli rosa shocking, tute bianche abbassate sulle mutande, la faccia di Hitler scaricata da internet e appiccicata sul diario – anche se spero che, fosse anche solo per la vicinanza temporale, Tommasino sapesse di che anni parliamo quando si parla di ventennio:
«Perché ’r Duce… lui lo diceva, sì che lo diceva: l’Italia agli italiani!» (Esposito Marzio detto Mazza, 3a B alberghiero, anni diciassette, due bocciature – da “Mi presento alla nuova professoressa”: e se mi bocciano pure st’anno prof, allora vado a
lavorare ke io ci sarei andato anche st’anno però mia madre
non mi sta a sentire dice ke devo prendere il diploma, o prof
mi aiuti??? 🙂
)

«Veramente non lo diceva nel senso tuo. Ai tempi di Mussolini mica c’erano, gli extracomunitari».
«Vabbé non c’erano gli extracomunitari però l’ha detto».
«Ma non l’ha detto per gli extracomunitari».
«A prof! Ma se l’ha detto l’ha detto, no?»
«Sì, ma non l’ha detto contro gli extracomunitari».
«Sì, vabbè, ma che ci parlo a fare con te? Vuoi sempre averci ragione!»
«Marzio, ti ho detto che puoi darmi del tu?»
«Eccone ’n’altra. E allora dammi del lei pure te!»
«…perché ’r Duce ce sapeva fà… quelli che volevano lavorà, gli trovava un lavoro, quelli che non volevano lavorà, in galera!»
«…perché sò romano de Roma e ’r Duce ha fatto tanto per Roma qua attorno l’ha tutto bonificato lui!»
«…perché cor Duce l’Italia ha avuto il suo ultimo momento di grandezza!»
«…perché cor Duce funzionava tutto!»
«…perché ’r Duce ha messo gli ebrei nei forni e ha fatto bene! Che quelli hanno fregato i soldi agli italiani, hanno!»
«Perché ’r Duce ce l’aveva coi comunisti e quindi era un grande».
«E che t’hanno fatto di male i comunisti?»
«Prof…»
(Facce: sconvolte; incuriosite; oppure semplicemente, stranamente, ineditamente deste.)
«Ma mica sarai comunista, prof?»
(Facce: tutte ineditamente deste.)
«Be’, io…»
«È comunista! Lo vedete, è comunista! L’ho sempre detto, io! Cosa v’avevo detto! Con quei pantaloni, poi!»
«Cos’hanno i miei pantaloni?»
«Come cos’hanno, ma non lo vedi quanto sono larghi?»
…occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società: lo scriveva Pasolini nel 1962, dopo essersi infuriato contro una giornalista a cui aveva concesso un’intervista, e che l’aveva pubblicata travisandola, modificandola, spacciando la solita immagine del poeta maledetto che lui detestava tanto. La giornalista aveva un figlio neofascista, e, durante l’intervista, avevano parlato a lungo di questo: di come lei non capisse quella fascinazione del ragazzo, di come le avesse provate tutte per fargli cambiare idea, senza successo. Letto il pezzo, Pasolini finiva per convenire che, in fondo, il fascismo del ragazzo era una risposta, sostanzialmente più simpatica, a quello che era il fascismo della madre: il fascismo snob, fatto di cultura di superficie, il fascismo della borghesia progressista.

È difficile, però, proiettare l’immagine di quella raffinata giornalista di sinistra su queste madri: con la tinta che parte da metà orecchio, i gambaletti che strizzano il polpaccio sotto la gonna, le occhiaie sul volto struccato, e un rispetto quasi da Italia umbertina mentre pronunciano la parola professoressa – e si fa anche difficile, a meno di non fornirsi di una buona dose di falsa coscienza, non pensare che la rimaterializzazione di quella giornalista siamo noi, le insegnanti.
«Ma di che ti sconvolgi? Sono idioti, gentaglia, feccia…», insegnanti come Olimpia, marito primario, pelliccia leopardata, suv acquistato mentre era responsabile di un progetto della scuola sull’ecologia e il rispetto dell’ambiente.

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