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Chi ha ucciso Pasolini

Gianni Borgna e Walter Veltroni sull'Espresso rilanciano la tesi del delitto premeditato

Gianni Borgna è un docente universitario e politico italiano, assessore alla Cultura di Roma dal 1993 al 2006 e da quell’anno presidente della Fondazione Musica per Roma, succedendo a Goffredo Bettini. Walter Veltroni ha bisogno di qualche presentazione in meno: è noto il suo legame con la Capitale, di cui è stato sindaco per sette anni, e i suo interessi letterari e culturali. Questa settimana sull’Espresso entrambi firmano un articolo in cui rilanciano la tesi del “complotto” del delitto premeditato nella morte di Pier Paolo Pasolini, sulla base delle nuove dichiarazioni dell’uomo accusato e condannato per il suo omicidio. Le indagini sulla morte di Pasolini sono state riaperte lo scorso maggio dalla procura di Roma.

Prendemmo a dialogare con Pier Paolo Pasolini, noi della Federazione giovanile comunista, tra il ’73 e il ’75, esattamente nel periodo in cui uscivano sul “Corriere della Sera” i suoi articoli “corsari”. Mentre tanti, anche nel Pci, reagivano male a quegli scritti, noi, invece, li trovavamo estremamente stimolanti.

Pasolini mostrava di aver ben compreso che il passaggio dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale era avvenuto (a differenza, ad esempio, della Francia e dell’Inghilterra) in modo rapido e traumatico, e aveva comportato costi umani terribili. E che questo aveva avuto come ulteriore conseguenza una vera e propria “mutazione antropologica”, l’affermazione di un modello di vita edonistico e consumistico che tendeva a una borghesizzazione totale, a una “omologazione culturale”, per la quale non c’erano più sostanziali differenze, sul piano antropologico e culturale, tra italiani di ceti diversi e perfino di partiti diversi.

Il Partito comunista non accettava queste analisi così pessimistiche perché stava vivendo un periodo piuttosto felice soprattutto sul piano elettorale, quando per un momento sembrò che la sua politica del “compromesso storico” potesse risultare vincente. Noi, invece, avvertivamo, al di là di questi dati contingenti, la gravità della crisi (economica ma ancor prima ideale e morale) che cominciava a manifestarsi nella società italiana e soprattutto tra i giovani.

Di lì a poco, del resto, la strategia della tensione sarebbe entrata nella sua fase più cupa e sanguinosa, e sarebbero scomparse anche due delle figure cruciali di quegli anni: Aldo Moro e, appunto, Pasolini. Il quale, proprio sullo stragismo, aveva condotto una riflessione estremamente coraggiosa e originale, che a distanza di quasi vent’anni, il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della commissione parlamentare sulle Stragi, ha definito giusta e lungimirante.

(continua a leggere sul sito dell’Espresso)

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