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La costruzione di un narcotrafficante

Juan Villoro su Internazionale racconta l'incredibile ascesa del "Chapo", favorito dagli errori e dalle complicità del governo messicano

Joaquin “El Chapo” Guzman è uno dei boss più potenti della storia del narcotraffico messicano. Il suo cartello, Sinaloa, in dieci anni ha raggiunto una forza mai vista nella storia criminale del paese. Il giornalista e scrittore messicano Juan Villoro racconta la sua ascesa su Internazionale, spiegando come gli errori e le complicità dello stato abbiano trasformato un delinquente comune nel criminale più potente del continente nordamericano. Il racconto parte dal 9 giugno del 1993, quando El Chapo fu arrestato dal capitano Jorge Carrillo Olea.

Durante il tragitto il generale parlò con il detenuto. Dopo le privazioni di cui aveva sofferto, inesperto, desideroso di fare una buona impressione, El Chapo si lanciò in una dettagliata descrizione del cartello che da Culiacán si era trasferito a Guadalajara e controllava il narcotraffico in Messico. Erano due le caratteristiche di questo narcotrafficante di rango medio: aveva più informazioni del previsto e ignorava l’importanza di ciò che sapeva. Era chiaro che si trattava di una persona che poteva aiutare l’intelligence messicana. Una volta atterrati in Messico, Joaquín Guzmán fu trasferito nel carcere di massima sicurezza di Almoloya de Juárez, dove rilasciò una dichiarazione di dodici pagine ben diversa da quella che aveva reso a bordo dell’aereo. Cos’era successo nel frattempo?

Il giorno dopo (10 giugno 1993) i messicani assistettero a un importante spiegamento di mezzi di comunicazione con cui il governo di Carlos Salinas de Gortari presentò al paese Joaquín Guzmán Loera, descritto come un criminale molto pericoloso. Vestito con un’uniforme beige, il prigioniero sorrideva. Non è raro ingigantire le colpe di un detenuto per mettere in rilievo i successi della giustizia. Nel caso del Chapo quest’operazione sembrava avere due obiettivi: annunciare la cattura di un pesce grosso e contare sulla sua collaborazione.

È impossibile conoscere tutta la verità sulla storia di questo arresto. Di sicuro a partire da quel momento un criminale apparentemente ormai fuori gioco cominciò la sua ascesa fino a diventare il criminale più potente del continente americano. La corruzione del sistema penitenziario gli permise di essere trasferito da Almoloya al carcere di Puente Grande, da dove riuscì ad agire indisturbato.

Secondo Hernández, El Chapo era un individuo di intelligenza media, che non aveva grandi conoscenze finanziarie né era uno stratega criminale. Il suo principale contributo creativo era stato inviare la cocaina negli Stati Uniti nelle lattine di peperoncini e la sua più grande risorsa psicologica era la simpatia, che contrastava con la sua crudeltà. Il carcere lo preparò a diventare un’altra persona. Dieci anni dopo la sua fuga dal carcere di Puente Grande, gestisce migliaia di aziende e Forbes l’ha incluso nella lista dei cento uomini più ricchi del pianeta.

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