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Vecchie regole per internet

Secondo Michele Ainis anche il caso Wikileaks può essere trattato declinando principi e norme che abbiamo condiviso finora

Il dibattito sulla “regolamentazione di internet” è costituito per una gran parte di incompetenze e superficialità e per un’altra gran parte di guerre ideologiche e poco logiche tra i difensori di una astratta “libertà della rete” e i luddisti contestatori dei “pericoli della rete”. A partire dal caso Wikileaks, oggi il giurista Michele Ainis spiega sul Sole 24 Ore come il richiamo alle stesse regole che abbiamo stabilito per il mondo prima della rete possa essere sufficiente e adeguato al mondo dopo la rete.

WikiLeaks è una risorsa o un pericolo per i sistemi democratici? Se la democrazia, come ha scritto Bobbio, è «il potere del pubblico in pubblico»; se dunque ogni democrazia ambisce a diventare una casa di vetro; allora WikiLeaks è un gendarme della democrazia, perché il suo scopo dichiarato è di rendere trasparenti le azioni dei governi. Insomma in nessun paese democratico dovrebbe esserci spazio per segreti, menzogne, dissimulazioni.
Ma è davvero così? Davvero si può dire che la verità costituisca la virtù precipua delle democrazie, dopo le bugie di Bush e Blair a proposito degli arsenali di Saddam, dopo le fandonie di Aznar all’indomani delle bombe dell’11 marzo 2004, dopo le false promesse di cui facciamo incetta alla vigilia di ogni elezione? Sennonché in questi termini la questione è mal posta, è fuori squadro. Una democrazia può dirsi tale non perché esprime governi animati da un sentimento democratico, bensì perché edifica istituzioni democratiche. E le istituzioni sono tali quando permettono ai governati d’azionare la responsabilità dei governanti. Ne deriva che la qualità della democrazia si misura attraverso l’intensità della tutela che essa sa offrire ai governati contro i loro stessi governanti. Il caso WikiLeaks è tutto qui, in una domanda di tutela che interroga i principi costituzionali, in Italia e in America.

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