I figli dei cinesi sono felici?

Amy Chua risponde ai dubbi sollevati dal suo articolo sul sistema educativo orientale, e sui rischi della sua eccessiva rigidità

Dopo il dibattito e le polemiche seguite al suo intervento sul Wall Street Journal – in cui esaltava la rigidità del sistema educativo cinese – Amy Chua è stata intervistata da molte testate internazionali e ha chiarito il motivo delle sue posizioni così estreme, precisando i punti che le erano stati contestati. Queste sono alcune delle risposte che ha dato.

Crede davvero che il modello educativo cinese aiuti i bambini a vivere una vita felice da adulti?
«Quando funziona bene, assolutamente sì! E per funzionare bene, le aspettative alte devono essere combinate con amore, comprensione e coinvolgimento dei genitori. Questo è il dono che i miei genitori mi hanno lasciato, e quello che io spero di lasciare alle mie figlie. Insegno agli studenti di legge da diciassette anni, e moltissimi sono cresciuti con il metodo degli “immigrati severi” (hanno genitori pakistani, indiani, nigeriani, coreani, jamaicani, iraniai, irlandesi, ecc.). Eppure sono forti, indipendenti, coraggiosi, creativi, spiritosi e, almeno ai miei occhi, felici come tutti gli altri. Ma conosco anche persone cresciute all’insegna dell'”amore incondizionato” che non sono felici per niente e provano risentimento verso i loro genitori.

Non c’è nessuna formula davvero facile quando si tratta di crescere dei figli, e non c’è un approccio giusto e uno sbagliato (non credo, tra parentesi, che il sistema educativo cinese sia “superiore”, era solo il titolo del mio articolo, ma non l’avevo scelto io). La migliore regole che io conosca è che amore, compassione e comprensione devono venire prima di tutto, indipendentemente dalla cultura da cui provieni. Dal passo che è stato pubblicato non si capisce, ma il mio libro non è una guida su come crescere i figli, è solo un racconto autobiografico, la storia del viaggio della nostra famiglia attraverso due culture, e della mia trasformazione come madre. A dire il vero gran parte del libro è dedicata al racconto di come ho ammorbidito il rigido modello educativo cinese, dopo che la mia figlia più piccola si è ribellata quando aveva tredici anni».

Il suo metodo funzionerà bene con bambini che hanno un quoziente intellettivo molto alto, ma pretendere lo stesso tipo di eccellenza da bambini che non sono così intelligenti è un po’ ingiusto e forse anche folle. Forse pretendere impegno e duro lavoro dai bambini è il massimo a cui si possa aspirare, che ne pensa?
«A parte gli scherzi sui voti e le medaglie olimpiche (gran parte del mio libro a dire il vero è molto autoironico), non credo che siano i voti o i risultati la cosa più importante del sistema educativo cinese. Penso che invece si tratti di un modello che ha a che fare soprattuto con aiutare i figli a esprimere al meglio il loro potenziale, che di solito è molto al di sopra di quello che pensano! Ha a che fare col credere nei tuoi figli più che in qualsiasi altra persona al mondo, e più di quanto non facciano loro.

Mia sorella più piccola, Cindy, ha la sindrome di Down e mi ricordo mia madre passare ore e ore con lei, a insegnarle ad allacciarsi le scarpe, a fare le moltiplicazioni a esercitarsi sul piano ogni giorno. Nessuno pretendeva che Cindy prendesse un dottorato! Mia madre voleva semplicemente che esprimesse al meglio il suo potenziale, nei suoi limiti. Oggi mia sorella lavora da Wal-Mart, ha un fidanzato e suona ancora il pianoforte, una delle cose che ama di più è proprio suonare per i suoi amici. Lei e mia mamma hanno un rapporto meraviglioso, e noi l’amiamo per quello che è».

Lei è un adulto felice? Se guarda indietro alla sua infanzia ricorda di essere stata felice? Si ricorda di avere riso insieme ai suoi genitori? Le dispiace di non avere potuto studiare danza o di non avere partecipato alle recite di fine anno?
«Sono stata cresciuta da genitori estremamente rigidi, ma estremamente amorevoli e ho avuto la più bella delle infanzie! Mi ricordo che ridevamo sempre con i miei genitori – mio padre è un personaggio che fa molto ridere. Certamente mi sarebbe piaciuto che mi avessero lasciato fare più cose! Ricordo che pensavo spesso, «Perché per me è un problema andare a scuola di danza?», o «Perché non posso andare in gita con i miei compagni di scuola?». Ma allo stesso tempo ho trascorso dei momenti meravigliosi con la mia famiglia (e perfino oggi, andare in vacanza con i miei genitori e le mie sorelle è una delle cose che amo di più fare). Come ho scritto nel mio libro «Quando i miei amici ascoltano i miei racconti, spesso pensano che ho avuto un’infanzia terribile. Ma questo non è per niente vero! Ho trovato molta forza e fiducia nella mia famiglia. Abbiamo iniziato come degli estranei e poi abbiamo scoperto insieme l’America, e durante questo processo siamo diventati americani.

Ricordo che mio padre lavorava fino alle 3 del mattino ogni giorno, così concentrato che non si accorgeva nemmeno che eravamo entrati nella sua stanza. Ma ricordo anche quanto era felice quando ci faceva conoscere i tacos, le caramelle, i dolci americani, per non parlare di quando andavamo con lo slittino, o a sciare, o in campeggio. Mi ricordo che una volta un bambino a scuola mi prese in giro per l’accento con cui pronunciavo la parola ristorante, giurai a me stessa che mi sarei liberata subito dell’accento cinese. Ma mi ricordo anche gli hula hoop, gli Scout, le gare di poesia, le biblioteche pubbliche, i premi e il momento orgoglioso in cui i miei genitori sono diventati dei cittadini americani. E, sì, sono un adulto felice. Sono sempre in attività, cerco di fare troppe cose, non sono brava a starmene semplicemente sdraiata sulla spiaggia. Ma sono molto grata per tutto quello che ho: genitori e sorelle meravigliose, il miglior marito al mondo, studenti strepitosi a cui amo insegnare e con cui mi piace passare il tempo e, soprattutto, due figlie fantastiche».

Com’è oggi il suo rapporto con le sue figlie?
«Ho un rapporto meraviglioso con le mie figlie, che non baratterei con niente al mondo. Certamente ho fatto degli errori e ho dei rimpianti (il mio libro è un po’ il libro di una madre che diventa adulta). La persona all’inizio del libro –  la cui voce emerge dal brano pubblicato dal Wall Street Journal – non è esattamente la stessa persona alla fine del libro. Gran parte del libro racconta della mia scelta di abbandonare le rigidità del sistema educativo degli immigrati cinesi. Detto questo, se dovessi farlo da capo, credo che rifarei praticamente le stesse cose, con qualche correzione. Non sto dicendo che sia il metodo migliore per chiunque, e non sto dicendo che esistano modelli migliori. Ma sono molto orgogliosa delle mie figlie. Non soltanto perché sono brave a scuola ma perché sono gentili, generose, indipendenti e hanno grandi personalità. E, al di sopra di tutto, sento di essere molto vicina a entrambe, facendo i debiti scongiuri».

– I figli dei cinesi
– Elogio di Gian Burrasca
– Perché gli studenti di Shanghai sono i più bravi del mondo?

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