I figli dei cinesi

Il Wall Street Journal rilancia l'eterno dibattito su quale sia il miglior modo per educare i propri figli

Nel suo nuovo libro Amy Chua esalta il sistema educativo cinese e le sue regole ferree

di Elena Favilli

Quello dell’educazione dei figli è da sempre uno dei temi più dibattuti nella cultura di ogni epoca. Di solito i genitori tendono a pensare che il loro metodo sia il migliore e che siano gli altri a ricorrere a tecniche sbagliate, troppo severe o troppo lassiste a seconda dei casi. Le cose si complicano ancora di più quando a confrontarsi sono i sistemi educativi di culture lontane, per forza impostate su canoni e registri diversi.

Noi occidentali, per esempio, tendiamo genericamente a pensare che i sistemi educativi orientali (cinese, coreano, indiano, giapponese) siano eccessivamente rigidi e soffocanti, seppur efficaci. E che il nostro sia il metodo più moderno ed evoluto, rispettoso dei bisogni reali dei bambini e più flessibile rispetto alle loro inclinazioni. Il Wall Street Journal ha rilanciato l’eterno dibattito pubblicando un estratto del nuovo libro di Amy Chua, professoressa di legge alla Yale Law School, che sta ottenendo un grande successo sul sito del giornale e producendo un ricco dibattito. Il libro – in uscita in questi giorni per Penguin negli Stati Uniti – si intitola “Battle Hymn of the Tiger Mother” ed è una celebrazione del sistema educativo cinese e delle sue regole ferree.

Un sacco di gente si domanda come facciano i genitori cinesi a crescere figli così stereotipicamente di successo. Si chiedono come sia possibile produrre tutti questi prodigi della musica e della matematica, come sia la vita all’interno della famiglia e se loro sarebbero in grado di fare lo stesso. Bene, io posso dirglielo, perché l’ho fatto. Queste sono alcune delle cose che le mie due figlie, Sophia e Louisa, non sono mai state autorizzate a fare: dormire a casa di qualcun altro, uscire con un compagno di giochi, recitare in uno spettacolo a scuola, lamentarsi per non poter recitare in uno spettacolo a scuola, guardare la televisione o giocare al computer, scegliere le proprie attività extracurriculari, prendere un voto inferiore ad A (il massimo voto nel sistema scolastico degli Stati Uniti, ndr), non essere la prima della classe in tutte le materie tranne ginnastica e recitazione, suonare uno strumento diverso da pianoforte e violino, non suonare il pianoforte e il violino.

La differenza, secondo Amy Chua, è tutta nell’approccio di base: i genitori occidentali pensano che la cosa più importante sia rispettare l’individualità dei propri figli, incoraggiarli a seguire le proprie passioni, supportare le loro scelte e mettere a loro disposizione un ambiente iperprotettivo. Al contrario i genitori cinesi credono che il miglior modo per proteggere i propri figli sia prepararli al futuro, lasciar loro vedere quello che sono capaci di fare e dotarli di abilità, conoscenze e fiducia che li accompagneranno per tutta la vita. A sostegno della sua tesi cita uno studio condotto su due gruppi di madri, cinesi e americane. Nell’indagine, il settanta percento delle madri americane intervistate sosteneva che dare importanza ai voti non è poi così necessario e che i genitori dovrebbero invece pensare a trasmettere ai figli l’idea che studiare è divertente. Neanche una delle mamme cinesi intervistate la pensava allo stesso modo. Al contrario, queste dicevano che i loro figli dovevano essere i migliori e che se non riuscivano a eccellere a scuola doveva dipendere per forza da un problema nel loro metodo educativo.

Il metodo cinese funziona, continua Amy Chua, perché enfatizza la pratica e la ripetizione ossessiva degli esercizi. Il che significa che i genitori cinesi tendono a passare moltissimo tempo accanto ai loro figli mentre studiano o si esercitano con il pianoforte, dieci volte in più del tempo trascorso con i figli dai genitori occidentali.

Ecco una storia in favore della coercizione in stile cinese. Lulu aveva circa sette anni e stava cercando di imparare a suonare al pianoforte un pezzo del compositore francese Jacques Ibert, “Il piccolo asino bianco”. È un pezzo molto bello ma anche molto difficile per un musicista così giovane perché le mani devono suonare ritmi completamente diversi in modo schizofrenico. Lulu non riusciva a suonarlo. Ci lavorammo insieme no stop per una settimana, allenando ogni mano separatamente. Ma ogni volta che provava a suonare con tutte e due le mani, andava tutto a rotoli.

Alla fine, il giorno prima della sua lezione, Lulu annunciò la sua esasperazione, disse che ci avrebbe rinunciato e se ne andò. «Torna subito al piano», le ordinai. «Non puoi costringermi», rispose. «Oh, sì che posso». Di nuovo al piano, Lulu me la fece pagare. Iniziò a tirare calci e pugni. Prese lo spartito e lo fece a pezzi. Io li rincollai e lo misi dentro a un involucro di plastica in modo che non lo potesse più strappare. Poi presi la bambola di Lulu e la portai in macchina dicendole che l’avrei fatta a pezzi e poi donata a Salvation Army se non avesse suonato Il piccolo asino bianco alla perfezione entro il giorno seguente. Quando Lulu mi disse «Pensavo che l’avresti portata da Salvation Army, che ci fai ancora qui?» la minacciai di non darle da mangiare e niente regali di Natale, di compleanno e di Hanukkah (una festività ebraica, ndr) per due, tre, quattro anni.

Vedendola continuare a suonare male le dissi che lo stava facendo apposta perché si era segretamente convinta che non ci sarebbe riuscita. Le dissi di smetterla di essere pigra, codarda, auto-indulgente e patetica. Jed mi prese da una parte. Mi disse di smetterla di insultare Lulu – cosa che non stavo assolutamente facendo, visto che la stavo soltanto motivando – e che non pensava che minacciarla fosse la tecnica migliore. Disse anche che forse Lulu semplicemente non riusciva a suonare quel passaggio, che forse non aveva ancora la coordinazione necessaria, avevo io considerato questa possibilità? «Tu non credi in lei», gli dissi. «Questo è ridicolo», rispose mio marito sdegnato «Certo che credo in lei». «Sophia riusciva a suonare quel pezzo alla sua età», dissi. «Ma Lulu e Sophia sono due persone diverse», disse allora Jed.

«Oh, no. Non questo» risposi io alzando gli occhi al cielo «Tutti sono speciali a loro modo» scimmiottai io con tono sarcastico «Perfino i perdenti sono speciali nel loro modo speciale. Beh, non ti preoccupare, non dovrai alzare un dito. Sono disposta a fare tutto quello che è necessario, e sono felice di dover essere quella che sarà odiata. E tu potrai essere quello che adorano perché prepari i pancake e le porti alle partite degli Yankees». Mi tirai su le maniche e tornai da Lulu. Lavorammo insieme fino a notte fonda, non la lasciavo alzarsi dal pianoforte per nessun motivo, neanche per andare in bagno o a bere. La casa era diventata una zona di guerra e persi la mia voce urlando. Sembrava che ci fossero solo progressi negativi, e a un certo punto anch’io iniziai ad avere dei dubbi.

Poi, dal nulla, Lulu riuscì a suonarlo. Le sue mani improvvisamente si coordinarono, ognuna facendo quello che doveva fare in modo imperturbabile. Ce ne rendemmo conto contemporaneamente. Provò ancora. Poi riuscì a suonarla più velocemente e con maggiore slancio. Un attimo dopo, era raggiante. «Mamma, guarda: è facile!». A quel punto non voleva fare altro che suonarlo ancora e ancora, non voleva più alzarsi dal pianoforte. Quella notte, venne a dormire nel mio letto. Ci rannicchiammo e iniziammo a giocare insieme, ridendo da pazzi. Quando due settimane dopo suonò Il piccolo asino bianco durante un concerto pubblico, gli altri genitori vennero da me a congratularsi «Che pezzo perfetto per Lulu, è così ardito: è così suo». Perfino Jed riconobbe che era merito mio. I genitori occidentali si preoccupano molto dell’autostima dei loro figli. Ma come genitore, una delle peggiori cose che puoi fare per la loro l’autostima è lasciarli arrendere di fronte a un ostacolo. Non c’è niente di meglio per acquistare fiducia che scoprire di poter fare qualcosa che non si pensava di saper fare.

Amy Chua è nata nel 1962 a Champaign, Illinois, da genitori cinesi, entrambi accademici. Ha studiato prima economia e poi legge a Harvard. Insegna a Yale dal 2001, prima insegnava alla Duke University. Il suo secondo libro, “World on Fire: How Exporting Free Market Democracy Breeds Ethnic Hatred and Global Instability” , era subito diventato un best seller negli Stati Uniti dopo la sua pubblicazione nel 2003. È la più grande di quattro sorelle: una insegna a Stanford, un’altra, affetta dalla sindrome di Down, è stata due volte campionessa olimpica di nuoto alle Paraolimpiadi.

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Foto: Erin Patrice O’Brien

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