Non si può pretendere di guardare un horror al cinema in silenzio
A parte le urla di paura, c’è sempre qualcuno che commenta ad alta voce, sghignazza o fa battute: c’è una spiegazione psicologica

Nei giorni scorsi diverse persone su Reddit si sono lamentate di aver visto al cinema il film horror Backrooms in sale piene di ragazzini chiassosi, disinteressati o che si divertivano a fare il verso alle scene. In parte c’entra la straordinaria attenzione che il film ha ricevuto dai più giovani, che ha reso la visione in sala un “evento” collettivo da non perdere, anche per chi magari non è interessato al film in sé o non va spesso al cinema. E in parte c’entra più in generale che la maleducazione nei cinema, secondo alcuni sondaggi, è aumentata negli ultimi anni.
In parte, però, c’entra anche il genere del film in questione: battute, risate e commenti ad alta voce quando si vedono gli horror in compagnia sono comportamenti piuttosto frequenti, anche tra gli adulti. Non perché siano film divertenti, ma proprio perché spaventano, o ci provano, e questo attiva nel pubblico meccanismi psicologici di difesa. Spesso gli horror stimolano reazioni plateali opposte e dissonanti rispetto alla prima e più istintiva: la paura.
Alcuni spettatori fanno battute o ridono per sminuire l’effetto che le scene hanno su di loro e far sapere al gruppo che non sono spaventati. Altri parlano tutto il tempo per evitare di immedesimarsi troppo nei personaggi e di spaventarsi appena succede loro qualcosa di brutto.
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Nel 2024 un gruppo di psicologi del Recreational Fear Lab, un laboratorio che studia la paura all’università di Aarhus, in Danimarca, pubblicò una ricerca intitolata “Prima urlano, poi ridono”, in cui analizzava come le persone usino l’umorismo per gestire paura e stress in situazioni che li suscitano senza rischi reali. Infatti, mentre la paura è un’emozione coinvolta in situazioni di pericolo che richiedono un’azione immediata, l’umorismo ha un effetto calmante ed è associato principalmente al gioco.
Secondo gli autori e le autrici della ricerca, la risata non è soltanto una reazione al piacere o al divertimento. Una delle sue diverse funzioni è permettere agli esseri umani, fin dai primi anni di vita, di rilassarsi e di non prendere sul serio una minaccia apparente in un ambiente sicuro. Fanno l’esempio del bubù-settete, diffuso in molte culture diverse e in varie forme equivalenti, in cui un familiare si nasconde alla vista del bambino per poi riapparire all’improvviso. All’inizio è uno scherzo che fa davvero paura, ma appena l’adulto sorride e fa dei versi, il bambino si calma, ride a sua volta e ripristina il legame sociale, e impara che quella situazione non è davvero pericolosa.
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Con i jumpscare (letteralmente “salto per la paura”) succede più o meno la stessa cosa. È la tecnica cinematografica che prevede di mostrare durante il film un elemento spaventoso in modo inatteso e improvviso, spesso con anche una brusca variazione nel montaggio sonoro. Dopo avere valutato decine di scherzi di paura su YouTube, il gruppo di psicologi concluse che nella maggioranza dei casi le vittime degli scherzi prima urlavano spaventate e poi subito sorridevano o ridevano, e in generale stavano allo scherzo.
Un altro gruppo, in uno studio precedente, aveva scoperto che la stessa cosa succede anche ai visitatori delle case stregate nei parchi a tema. Osservando i partecipanti volontari attraverso le telecamere di sicurezza, il gruppo aveva scoperto che dopo un jumpscare nella casa stregata il 75 per cento delle persone rideva.

Un gruppo di visitatori della casa stregata Dystopia a Vejle, in Danimarca, sorride dopo un sobbalzo per la paura, in un fotogramma delle riprese di una telecamera di videosorveglianza, pubblicato nella ricerca First they scream, then they laugh: the cognitive intersections of humor and fear (SAGE Publications, 2024)
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L’efficacia dei jumpscare nei film horror deriva dal fatto che di solito sono film pensati e realizzati proprio per simulare situazioni pericolose e massimizzare l’immedesimazione nei personaggi, attraverso scene buie, suoni inquietanti e particolari inquadrature e montaggio. La sala cinematografica è a sua volta un ambiente specificamente progettato per ridurre il più possibile le distrazioni, a cominciare dalla dimensione dello schermo, che occupa gran parte del campo visivo degli spettatori.
Quando si guarda un horror al cinema, insomma, è molto facile dimenticare che si sta guardando un film. Fino a quando non arriva un jumpscare, spesso seguito appunto da comportamenti che riportano l’attenzione sul piano della realtà e contrastano la paura: sospiri, risate nervose e battute, che servono ad allentare la tensione accumulata fino a quel punto.
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Battute, risate e sorrisi hanno anche una funzione sociale: sono un modo per comunicare a sé stessi e agli spettatori vicini la consapevolezza che il film è una finzione e la capacità di sopportarne la visione. Ristabiliscono una distanza dal film e, allo stesso tempo, rafforzano la coesione nel gruppo, attraverso la condivisione di emozioni. Ed è anche abbastanza normale, secondo diverse ricerche, che le reazioni più plateali siano tendenzialmente proprio quelle del pubblico più giovane, le cui capacità di regolazione emotiva non sono ancora del tutto sviluppate.
In termini generali, riprendendo un concetto molto radicato nella tradizione occidentale, diversi teorici dei media sostengono infine che il genere horror sia intrinsecamente legato all’umorismo: perché entrambi si fondano sull’incongruenza e sulla trasgressione. Ridiamo quando un personaggio fa o dice qualcosa di imprevisto o di inappropriato, che disattende le nostre aspettative o viola una legge sociale. Ma le stesse azioni o parole in un altro contesto possono essere percepite come spaventose, perché minacciano l’ordine delle cose.
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Questo spiega anche perché l’horror sia forse in assoluto il genere cinematografico che più facilmente si intreccia con la commedia. Le contaminazioni tra l’uno e l’altra esistono praticamente da sempre: fin da quando certi film tetri dei fratelli Lumière e di Georges Méliès includevano elementi umoristici come scheletri ballerini e scivoloni di personaggi spaventati. E dopo il film del 1948 Il cervello di Frankenstein, che prendeva in giro esplicitamente le convenzioni del genere horror, quelle contaminazioni diventarono anche oggetto di un sottogenere a sé: la commedia horror, in cui rientrano film di culto come Frankenstein Junior e grandi successi commerciali come Scary Movie.
L’umorismo rimane però una parte fondamentale di qualsiasi horror, non solo delle commedie horror. Anche tra i più spaventosi, sono pochi quelli che non strappano comunque una risata in qualche scena, per ragioni psicologiche, per sincero divertimento o per qualsiasi altro motivo. Come sintetizzò il critico inglese Victor Sawdon Pritchett, recensendo un’opera teatrale umoristica ma anche macabra, «la nostra risata è a un passo o due da un urlo di paura».
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