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  • venerdì 3 Dicembre 2010

La vita nei sottomarini dei narcos

Le imbarcazioni usate dai trafficanti vengono costruite nelle foreste di mangrovie della costa colombiana

Circa cinque milioni di colombiani sono coinvolti nel traffico di droga

Ieri abbiamo raccontato la storia delle migliaia di famiglie colombiane che ogni anno sono costrette ad abbandonare le loro case per sfuggire agli scontri tra narcotrafficanti, guerriglieri e paramilitari che avvengono in diverse parti del paese. Oggi, attraverso lo Spiegel, raccontiamo la storia di un ex trafficante colombiano che per anni ha trasportato droga tra Colombia e Messico, spesso a bordo di sottomarini costruiti nelle foreste di mangrovie.

Il giorno in cui la vita da trafficante di Gustavo Alonso è finita è iniziato con il rumore di un elicottero. Alonso poteva sentirlo avvicinarsi rapidamente. Poi lo sentì fermarsi all’improvviso e iniziare a ronzare sopra la sua testa. Alonso si trovava insieme ad altri tre membri dell’equipaggio e un capo dei narcos colombiani in uno spazio di circa quindici metri quadrati nella stiva di un piccolo sommergibile, in cui a stento si poteva stare in piedi e camminare. Le onde ricoprivano costantemente l’oblò di vetro che forniva l’unico contatto visivo con il mondo esterno. Gli uomini erano costretti l’uno accanto all’altro e passavano la maggior parte del tempo giocando a carte o sonnecchiando. Erano circa le dieci di mattina e improvvisamente sentirono un tonfo sordo. L’elicottero aveva lanciato una rete di acciaio contro il sommergibile. La rete si stava avvolgendo intorno al motore del vascello e gli impediva di spostarsi. Sentirono qualcuno parlare al megafono. Sapevano che c’erano armi puntate contro di loro e che non avevano nessuna via d’uscita. Spensero i motori, uscirono e si consegnarono alle Guardia Costiera degli Stati Uniti.

Alonso racconta che il suo primo pensiero fu quello di uccidersi. Poi però pensò che quella poteva essere l’occasione buona per uscire una volta per tutte dai narcos, e dal controllo soffocante che esercitavano sulla sua vita. Fu condannato per traffico di droga e passò diversi anni in carcere, i primi due in una cella d’isolamento. Una volta liberato, tornò in Colombia dove quelli che un tempo erano i suoi compagni erano morti o in prigione. Ora, a 53 anni, vive nella città costiera di Buenaventura. Alonso naturalmente non è il suo vero nome, sarebbe troppo pericoloso se i narcos venissero a sapere che un loro ex membro ha iniziato a parlare.

Le bande di narcos reclutano i loro nuovi membri nei quartieri più poveri di Buenaventura, dove le persone vivono in misere capanne di legno. In questi quartieri c’è poco lavoro e l’elettricità e l’acqua spesso mancano. Poche settimane fa una donna è stata uccisa e altri due uomini sono spariti senza lasciare nessuna traccia, probabilmente una vendetta di un gruppo narcos dopo una missione andata storta. L’equipaggio dell’imbarcazione aveva gettato a mare parte del carico di droga mentre fuggiva dalla guardia costiera. Pochi giorni dopo, la polizia aveva annunciato fieramente il recupero del carico. Per i narcos l’incidente era un tradimento, che quindi doveva essere punito.

Ci sono due modi per entrare nel traffico di droga, racconta Alonso. Alcuni lo fanno per ottenere soldi subito e magari comprarsi una casa o mandare a scuola i figli. Altri, come lui, lo fanno perché sono ricattati dai narcos, da cui in passato avevano ricevuto qualche tipo di aiuto. Alonso aveva lavorato per un anno come capitano su grosse navi prima di diventare comandante dei sommergibili che trasportavano droga attraverso l’oceano. Viveva a Buenaventura con la moglie e tre figlie quando sua moglie si ammalò gravemente. I medici gli dissero che c’era bisogno di quarantamila dollari per l’intervento di cui aveva bisogno. Un suo conoscente allora gli disse che non doveva preoccuparsi, che i soldi si sarebbero trovati. Ma dopo l’operazione tornò da Alonso e gli chiese un favore in cambio.

Da quel giorno iniziò la sua nuova carriere come trafficante di cocaina. In due anni fece in totale quattro viaggi. Il primo lo passò dentro a una motovedetta della guardia costiera che gli avevano fornito i narcos, con cinque tonnellate di cocaina nascoste sotto un carico di pesce. Alonso, che all’epoca era ancora un capitano conosciuto nella marina, portò a termine l’operazione senza problemi. Consegnò la droga a largo della costa messicana e tornò a casa.

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