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  • lunedì 6 Settembre 2010

I paesi peggiori al mondo in cui lavorare

Sono quattordici, li mette in fila Foreign Policy: dimenticate le lamentele sulla pausa caffè

Oggi negli Stati Uniti è il Labor Day, la festa del lavoro. È tipo il nostro primo maggio, nel senso che si vanno a fare picnic e scampagnate in giro, e la sua collocazione nel calendario fa sì che segni anche l’imminente ricominciare della scuola nonché della stagione sportiva. Non si festeggia ogni anno il 6 settembre, bensì il primo lunedì di settembre, dal 1894. Foreign Policy approfitta del giorno di festa per raccontare quali siano i paesi del mondo in cui lavorare è un’esperienza peggiore: quelli dove i lavoratori hanno meno diritti, quelli dove i lavori forzati sono la norma. Sono quattordici, eccoli in ordine alfabetico.

Arabia Saudita
Nonci sono partiti politici, figuriamoci sindacati o scioperi. Ancora più drammatico è il modo in cui sono trattati i lavoratori immigrati, praticamente degli schiavi, maltrattati al punto da commettere reati allo scopo di essere espulsi e deportati nel loro paese di origine.

Bielorussia
In teoria, la Costituzione dell’ultima dittatura d’Europa protegge i diritti dei lavoratori di costituirsi in sindacati. In pratica, la legge sui sindacati promulgata nel 2000 e i successivi decreti presidenziali hanno reso l’atmosfera molto pesante, e qualsiasi protesta pacifica porta ad arresti e maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine ai danni dei sindacalisti. L’unico sindacato che se la passa bene è quello promosso dal governo, che esercita pressioni e ricatti sui lavoratori: e sono pressioni facili da esercitare, visto che il novanta per cento dei lavoratori bielorussi ha contratti a termine e il governo può licenziarli in qualsiasi momento. La contrattazione collettiva non esiste, e i tribunali semplicemente ignorano le occasionali denunce dei lavoratori.

Birmania
Non poteva mancare, ovviamente: vuoi che la giunta militare non violi i diritti dei lavoratori e dei sindacati? La contrattazione collettiva e gli scioperi sono illegali così come i sindacati, i cui leader passano più tempo in prigione che fuori. I lavori forzati sono ancora una pratica comune, spesso ai danni delle minoranze etniche. Bambini, anche con meno di 13 anni, sono costretti a lavorare in cantieri edili e prestare servizio militare.

Corea del Nord
Che ve lo diciamo a fare. Il lavoro è obbligatorio, e chi non soddisfa gli standard richiesti viene mandato per cinque anni in un campo di rieducazione. Se recidivo, c’è la condanna a morte. Lo stipendio è occasionale, nel senso che a volte arriva e a volte no.

Cuba
La rivoluzione del 1959 cancellò i diritti dei lavoratori in una società che aveva un grande attivismo sindacale. Ancora oggi la legge cubana proibisce del tutto gli scioperi, e chi fa parte di sindacati indipendenti va incontro al licenziamento e spesso anche all’arresto: molti degli attuali prigionieri politici sono stati detenuti proprio sulla base del loro attivismo sindacale. Lo stato controlla il mercato del lavoro, e quindi anche le condizioni e gli stipendi delle persone. Il salario minimo nel 2008 era di circa nove dollari al mese. I lavoratori sono costantemente invitati a tenere d’occhio i loro colleghi e segnalare eventuali attività “dissidenti”.

Eritrea
In Eritrea c’è il solito copione di violenze e vessazioni, con un dettaglio più: tutti i cittadini – non solo i detenuti – possono essere sottoposti in qualsiasi momento ai lavori forzati, ogni volta che il governo abbia bisogno di manodopera per questa o quella costruzione. Chi cerca di sottrarsi viene arrestato e multato, e così le loro famiglie. Il governo sostiene che questa misura è necessaria perché il paese sia pronto ad affrontare una guerra con l’Etiopia, ex paese colonizzatore.

Guinea Equatoriale
Il dittatore Teodoro Obiang Nguema qualche anno fa disse all’Organizzazione Internazionale del Lavoro che “qui non abbiamo sindacati perché non abbiamo mai avuto sindacati, non abbiamo questa tradizione”. Lo scorso novembre è stato rieletto col 96 per cento dei voti, e lui e i suoi continuano a fare soldi a palate con la vendita del petrolio. Gli abitanti del paese invece vivono con meno di un dollaro al giorno.

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