• Italia
  • venerdì 16 luglio 2010

La volta che la lobby fece centro

Alfonso Marra fu eletto a presidente della corte d'appello di Milano dopo varie pressioni da parte della lobby

La sua nomina rimane "una ferita aperta" all'interno del CSM, scrive il Corriere della Sera

L’argomento principale di chi in questi giorni sta cercando di minimizzare la portata del contenuto delle intercettazioni sulla lobby di Flavio Carboni e i suoi inquietanti affari è sostanzialmente quello che Silvio Berlusconi ha sintetizzato nella formula dei “quattro pensionati sfigati”: Carboni, Lombardi e Martino avranno pure avuto le mani in pasta dappertutto, ma non ne azzeccavano una. Preparavano dossier falsi per screditare Caldoro, e Caldoro diventava presidente della Campania. Facevano pressioni sui giudici della Corte Costituzionale, e la Corte Costituzionale bocciava il lodo Alfano. Chiedevano di mandare gli ispettori per fare un favore Formigoni, e il ministro Alfano diceva di no. “Quattro pensionati sfigati”: gente di una certa età che passava il suo tempo dandosi da fare senza mai concludere nulla.

In realtà, la lettura delle intercettazioni mostra quanto questa posizione non sia soltanto scivolosa – gli stessi tentativi di influenzare la Corte e screditare Caldoro sono già dei reati, e pure piuttosto gravi – quanto semplicemente sbagliata: per la portata di accuse che devono ancora essere circostanziate, come quelle sull’eolico e i rapporti con camorra, e perché fin da quando sono usciti i primi stralci dei verbali sappiamo per certo che la lobby di Carboni un obiettivo lo ha raggiunto: l’elezione di Alfonso Marra a presidente della corte d’appello di Milano.

“Abbiamo fatto il presidente della corte d’appello”, dice al telefono Lombardi a Martino pochi minuti dopo il voto del Consiglio Superiore della Magistratura che elegge Alfonso Marra. “Quella nomina fu una ferita mai rimarginata” scrive oggi Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, ricostruendo l’intera vicenda.

La decisione di far presiedere la corte d’appello di Milano ad Alfonso Marra divise a metà il Consiglio superiore. Era il 3 febbraio scorso. Marra ottenne 14 voti contro i 12 dell’altro candidato, Renato Rordorf. Fu una spaccatura trasversale, anche all’interno delle correnti. Dentro Unicost e Magistratura indipendente, i due gruppi «moderati», Berruti e Patrono si schierarono a favore di Rordorf, considerato «di sinistra». E tra i «laici» eletti dall’Ulivo, Celestina Tinelli preferì Marra. Come i tre membri dell’ufficio di presidenza (Mancino, il presidente della Cassazione Carbone e il procuratore generale Esposito); per motivi di opportunità, fecero trapelare, legati a un precedente voto unanime in favore dello stesso giudice, e perché Rordorf aveva lavorato al Csm.

Bianconi scrive che già all’epoca quelle spiegazioni non convinsero. Ed Elisabetta Cesqui, consigliera appartenente all’area di Magistratura Democratica, aveva scritto in una relazione che “L’aria viziata delle pressioni si è sentita fortissima… Il Consiglio può fare tutti gli sforzi di rinnovamento che vuole, ma quando si parla di decisioni veramente importanti, l’esigenza di presidio di certi territori e di certi uffici prevale sistematicamente sulle logiche di merito effettivo”. Oggi sappiamo che la nomina di Marra fu preceduta da una serie fittissima di colloqui telefonici tra Carboni, Lombardi e Martino, che avevano passato diverso tempo a sentire i vari membri del CSM, studiare i loro orientamenti e cercare di farli orientare sul voto a Marra. Il tutto tenendosi in continuo contatto con Giacomo Caliendo, ex magistrato e sottosegretario alla Giustizia.

«Mi pare che ho concluso, per te, col capo», diceva Lombardi a Marra dopo un incontro con Carbone. «Ma bisogna avvicinare ’sto cazzo di Berruti…», ribatteva Marra. E Lombardi a Caliendo: «Per quanto riguarda Berruti te la devi vedere tu». Poi ancora a Marra: «Ho parlato con Giacomino e… stiamo operando». Alla Tinelli chiedeva: «È opportuno che ne parli un poco con il presidente Carbone?». E lei: «Sì, assolutamente». In altri dialoghi Lombardi faceva intendere che il voto di Carbone si poteva conquistare prolungando la sua permanenza al vertice della Cassazione, con un emendamento sull’età pensionabile; riferiva di incontri con Mancino, e consigliava Marra di rivolgersi all’ex ministro Diliberto per convincere la «laica» Letizia Vacca.

Gli interessati si dichiarano estranei alle accuse, ma le intercettazioni restano molto esplicite. Berruti ha detto di essere stato “oggetto di pressioni esterne al consiglio per quella nomina”. Quel che è certo è che Lombardi e Carboni passano ore al telefono per aiutare Marra a essere eletto. E quando Marra viene eletto, telefona a Lombardi e gli dice: “Pasquali’, poi facciamo ‘na bella festa, a Milano o a Roma”. Il CSM intanto ha avviato la pratica per rimuovere Marra. “Per cancellare una pagina opaca della propria storia”, scrive Bianconi. E qui il tema diventa un altro, più antico e più grande: la reale capacità dell’organo di autogoverno della magistratura di regolare i propri iscritti e governarsi credibilmente in autonomia. Come fa notare il giornalista del Foglio Claudio Cerasa, infatti, è singolare che davanti a un magistrato sul quale pendono accuse così gravi e circostanziate la decisione del CSM non sia la sospensione di Marra bensì un suo mero trasferimento in un’altra procura. Il trasferimento potrebbe però essere soltanto il primo passo. Almeno così conclude Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera.

Anche la decisione della Procura generale di aprire l’istruttoria per un procedimento disciplinare a Marra suona come uno squillo di riscossa rispetto alla «questione morale» nella magistratura; e così l’allarme del segretario dell’Associazione magistrati Giuseppe Cascini, che confessa di aver provato «vergogna, indignazione e rabbia» a leggere i dialoghi dei suoi colleghi intercettati. L’Anm ha chiesto ai probiviri di valutare sanzioni, fino all’eventuale espulsione. Come se ci fosse l’urgenza di fare pulizia nella corporazione, a costo di dividere i magistrati e le loro correnti, pure al proprio interno. Per dare un esempio alla politica, l’altro potere toccato dall’indagine giudiziaria, col quale le toghe (non tutte, a leggere i resoconti dell intercettazioni) sembrano in perenne conflitto.

(la foto di Lombardi, Carboni e Martino è stata pubblicata dall’Espresso)

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