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  • martedì 1 giugno 2010

Il disastro petrolifero nel delta del Niger

Le fuoriuscite di petrolio hanno giù superato di 50 volte quelle del disastro della Exxon Valdez in Alaska

Gli impianti sono vecchi e arrugginiti, e le compagnie petrolifere tengono tutte le informazioni sotto chiave

Se la Deepwater Horizon fosse esplosa nel Delta nel Niger, invece che al largo della costa della Lousiana, si sarebbero preoccupati assai meno: “Incidenti come quello da noi accadono ogni giorno, la differenza è che nessuno ne parla”, dice al Guardian lo scrittore di etnia Ogoni Ben Ikari.

È impossibile sapere con certezza la quantità di petrolio che ogni anno va a contaminare l’ecosistema del Delta del Niger, perché le compagnie petrolifere che gestiscono l’ampia rete di pompe, pozzi, tubi e terminal, non forniscono nessuna informazione. Ma secondo un rapporto congiunto di WWF, World Conservation Union e Nigerian Conservative Foundation, dagli oleodotti nigeriano sono fuoriuscite circa 1.500.000 tonnellate di petrolio in quattro anni, cinquanta volte la quantità persa durante il disastro della Exxon Valdez in Alaska.

Il governo federale nigeriano dice che tra il 1997 e il 2000 ci sono state più di settemila perdite di petrolio e che più di mille sono da attribuire alla Shell. Il mese scorso la Shell ha ammesso di avere perso 14.000 tonnellate di petrolio solo nel 2009, ma sostiene che il 98% delle sue perdite sono dovute ad atti di vandalismo e sabotaggio, e che solo una minima parte è invece dovuta a carenza delle infrastrutture.

Le associazioni ambientaliste invece affermano che la popolazione di quelle aree è costretta a fronteggiare perdite continue proprio a causa dell’aretratezza del sistema di pompaggio e trasporto del petrolio.

Le proporzioni dell’inquinamento dell’area sono impressionanti. L’agenzia nazionale del governo nigeriano preposta al controllo sulle fuoriuscite di petrolio (Nosdra) sostiene che tra il 1976 e il 1996, più di 2.400.000 barili di petrolio hanno contaminato l’area, inquinando l’acqua e distruggendo gran parte della vegetazione. “Ogni anno ci sono più di trecento perdite, alcune più grandi, altre più piccole” racconta al Guardian Nnimo Bassey,  capo dell’associazione nigeriana Friends of the Earth International “succede in continuazione, l’intero ecosistema è devastato e ormai sia il governo che le compagnie petrolifere hanno iniziato a considerare questa situazione la norma”.

Le compagnie come la Shell continuano a tenere le informazioni più importanti sotto chiave.

“Sentiamo chiaramente che le compagnie petrolifere si comportano come se fossero al di sopra della legge” dice Bassey “quello che possiamo concludere da incidenti come quelli del Golfo del Messico è che sono fuori da ogni controllo: è chiaro che aziende come la British Petroleum sono un pericolo per il pianeta. Il rischio che incidenti di questo tipo accadano ancora e ancora è molto alto. Dovrebbero essere portati di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia”.

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