Il trucco di Goldman Sachs

Per capire quanto sia infida l’accusa di frode che, dall’alba di venerdì 16 aprile, tiene sulla graticola come una salamella la banca d’affari Goldman Sachs, dipinta in un efficace ritratto del reporter Matt Taibbi della rivista Rolling Stone come una «gigantesca piovra-vampiro avvinghiata al volto dell’umanità», basta ricorrere alla metafora usata da Phil Angelides, nell’audizione al Parlamento di Washington del 13 gennaio scorso dei primi quattro top bankers americani. Il presidente della commissione di inchiesta sulla crisi finanziaria, rivolto proprio al numero uno di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, che nicchiava nel rispondere alle domande sulle modalità di compravendita dei titoli “tossici”, a un certo punto sbottò spazientito: «Perdoni la franchezza, ma a me questa sembra la storia di uno che vende un’auto sapendo che è guasta e poi fa un’assicurazione a suo vantaggio sulla vita del guidatore che l’ha comprata».

Se guardiamo a quanto la Sec, l’autorità di controllo della Borsa americana guidata da un anno dalla tosta Mary Shapiro (a differenza di certi suoi ben meno vigili predecessori, che hanno persino subito l’onta di sentirsi apostrofare, in una pubblica deposizione, «non li credevo tanto scemi» dal truffatore Bernard Madoff) imputa a Goldman Sachs è proprio un’accusa del genere ad essere stata formulata: aver costruito, poco prima che scoppiasse la bolla immobiliare, uno strumento ad hoc (denominato Abacus 2007-AC1), in accordo con un fondo speculativo (l’hedge fund Paulson and Co.), in cui impacchettare titoli immobiliari spazzatura da piazzare a clienti quasi del tutto ignari della loro altissima rischiosità. Così facendo l’hedge fund avrebbe potuto poi scommettere sull’inesigibilità dei titoli contenuti in Abacus2007-AC1, guadagnandoci una barca di quattrini. Dal suo canto, Goldman Sachs avrebbe lucrato sia incassando una lauta commissione dal fondo Paulson and Co. per aver confezionato lo strumento, sia attraverso il collocamento presso banche e istituzioni dello strumento stesso, clienti ai quali però comunicò che era stato creato da un soggetto terzo indipendente.

Naturalmente Goldman Sachs nega tutto: si è già rivolta agli avvocati più agguerriti in circolazione per difendersi e non è da escludere che qualche punto a suo favore comunque riuscirà a spuntarlo. Ma ciò che stavolta sembra sia stato definitivamente infranto è quell’alone di invincibilità che da sempre ha circondato questa banca d’affari che vanta o ha potuto vantare, per stare solo all’Italia, collaboratori di rango come Mario Draghi, Romano Prodi, Mario Monti, Gianni Letta. E che, ancora lo scorso anno, spingeva il Financial Times a proclamare uomo dell’anno 2009 Lloyd Blankfein, incoronato come «il maestro del rischio che svolge il lavoro di Dio per Goldman Sachs».

Eppure le avvisaglie per stare in guardia da tanta prosopopea c’erano, eccome se c’erano. Per esempio, in un’intervista pubblicata su L’Espresso nel novembre 2008, il capo economista di Goldman Sachs Jim O’Neill, tra le altre cose affermava: «Ogni volta, dopo un breve aggiustamento, prevale la natura umana che è spinta dalla paura e dall’avidità. Se non è trattenuta da regolamenti stringenti, la natura umana va avanti fino all’abisso». A un tale campione di antropologia già allora veniva da replicargli in un solo modo, con le stesse parole che Totò, in “Totò a colori”, rivolge all’onorevole Trombetta: «Ma mi faccia il piacere».