Il profilo Instagram che sbugiarda chi bara nelle maratone
Si chiama "Unità ufficiale per l’integrità dei tempi di una maratona", e secondo qualcuno a volte esagera
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Circa 60mila persone correranno la 55ª edizione della maratona di New York, negli Stati Uniti, domenica 1° novembre. E molte di loro posteranno sui social media il tempo che risulta sull’applicazione o sullo smartwatch che usano per registrare la propria attività. Spesso saranno tempi diversi da quelli ufficiali, che sono presi tramite i chip inseriti nei pettorali da gara.
Nella maggior parte dei casi le differenze sono minime e non sempre i tempi mostrati sono migliori di quelli ufficiali. E in molti casi non c’è dolo da parte di chi pubblica quei tempi, solo praticità. Ma con ogni probabilità ci sarà anche chi userà questo o altri più complicati stratagemmi per fingere di aver corso una maratona più velocemente, principalmente per fare una figura migliore, o per affermarsi come fitness coach o influencer.
A occuparsi con grande dedizione – troppa, secondo alcuni – di casi di questo tipo è il profilo Instagram OMTIU, acronimo di Official Marathon Time Integrity Unit, che significa “Unità ufficiale per l’integrità dei tempi di una maratona”. L’OMTIU verifica e corregge i tempi che le persone dicono di aver fatto nelle maratone, taggando i profili interessati.
Ma torniamo un attimo a come, e perché, si può provare a barare in una maratona.
Le persone barano nelle maratone più o meno da quando esistono le maratone. Spesso esagerando: come Rosie Ruiz, che nel 1980 vinse la maratona di Boston nascondendosi tra il pubblico e correndo solo pochissimi chilometri; o come l’influencer cinese Yuanyuan Sun, poi sbugiardata dall’OMTIU, che ha fatto in bici un pezzo dell’ultima maratona di Berlino. C’è anche chi più semplicemente – e ancora più pigramente – passa il proprio pettorale ad altri, i cosiddetti “muli”.
Applicazioni e smartwatch, tuttavia, hanno creato nuove zone grigie. Perché un conto è misurare un tempo con un chip, su un percorso ufficiale; un altro è affidarsi a un GPS, usato da app come Strava o da smartwatch come i Garmin, gli Apple Watch o i Suunto, che possono essere stoppati e fatti ripartire.
Peraltro, in qualsiasi maratona, quasi nessuno corre davvero la distanza ufficiale di 42 chilometri e 195 metri: quasi tutti un po’ di più. Il chilometraggio della maratona è calcolato infatti sulla distanza più breve possibile da percorrere, ma specie chi corre in un gruppo affollato spesso fa più strada; però Strava e gli altri dispositivi sanno che una maratona corrisponde a 42 chilometri e 195 metri, e quindi, una volta raggiunta quella distanza, segnalano il tempo relativo come quello della maratona. Non è che sbaglino, semplicemente non tengono conto del percorso ufficiale, dalla partenza all’arrivo.
Torniamo all’OMTIU e al suo account Instagram, gestito da persone australiane che preferiscono rimanere anonime. Aperto poco più di un anno fa, l’account ha oltre 60mila follower e sostiene di avere un approccio benintenzionato, per rendere le maratone più trasparenti. Ma c’è chi lo accusa di essere perfino troppo fiscale, in particolare con chi pubblica tempi comunque alti, o quando le differenze con i tempi ufficiali sono minime e quindi irrilevanti.
Forse senza prendersi troppo sul serio, l’OMTIU richiama apertamente stile e approccio di dossier investigativi e fascicoli segreti.
Sotto certi post di maratoneti scrive cose come «Approvato ✅» per far sapere che è tutto regolare. L’OMTIU firma molti suoi messaggi definendosi “responsabile dell’integrità”, e per gli eventi più importanti pubblica elaborati riassunti di com’è andata, cioè di quante persone abbiano provato a barare, e come.
L’OMTIU riesce a trovare chi bara paragonando i tempi di Strava a quelli ufficiali, che per quasi tutte le maratone sono pubblici e disponibili sul sito dell’evento stesso. Presta attenzione anche al percorso: se dalla mappa dell’attività registrata si nota un taglio, l’OMTIU lo fa presente. Dice inoltre di volersi concentrare su influencer e fitness coach, i cui profili sui social media sono spesso utili alle loro attività imprenditoriali. Secondo l’OMTIU, insomma, è più grave se chi bara allena altre persone o ha degli sponsor.
Alcuni casi scoperti dall’OMTIU, però, sono sì di pochi minuti, seppur pochi minuti a loro modo significativi. Tra le persone che corrono la maratona, infatti, fa una bella differenza correrla in 3 ore e 1 minuto o in 2 ore e 59 minuti – stare sotto le 3 ore ha un valore di per sé. Per questo l’OMTIU ha fatto notare che il 33enne runner amatoriale Charlie Winslade ha ufficialmente impiegato 3:00:48 a fare la maratona di Perth, in Australia, e non 2:58:28 come dice il suo profilo Strava.
È improbabile che un corridore comunque veloce – capace di correre una maratona in meno di tre ore o quasi – non sapesse la differenza tra tempo ufficiale e tempo di Strava. Ma è comunque possibile che Winslade non volesse ingannare nessuno: magari era convinto – e felice – di averci messo meno di tre ore, oppure voleva solo vantarsi un po’ con una piccola bugia, o verità relativa (o alternativa).
«Non possiamo conoscere le motivazioni di ciascuno», ha detto l’OMTIU a The Athletic, ma certe attività pubblicate sui social fanno venire «domande legittime». Sempre secondo l’OMTIU, «correre è già di per sé un risultato straordinario, e non c’è bisogno di abbellirlo».

Runner amatoriali attraversano Central Park durante la maratona di New York del 2025 (AP Photo/Andres Kudacki)
Oltre a quello dell’OMTIU ci sono altri profili diventati famosi (o famigerati) nella nicchia della maratona. Per esempio il blog Marathon Investigation: nel 2024 notò alcune anomalie in un paio di maratone fatte da una giornalista di Runner’s World, un influente sito specializzato. O come l’ingegnere informatico brasiliano Roberto Abrahão, che sui social è @raceauditor, cioè “revisore di gara”: ha messo a punto un algoritmo che gli mostra attività sospette, come un atleta che corre molto piano per quasi tutta la maratona e poi tra il chilometro 25 e il chilometro 30 fa tempi da record del mondo.
Dopo aver raccolto i dati, Abrahão li manda – senza sapere nomi e cognomi delle persone interessate – agli organizzatori delle varie maratone che analizza. A volte questi non fanno nulla, altre volte sì: il giorno dopo la maratona di Madrid del 2026 furono squalificati 689 partecipanti. Alla maratona di Parigi, invece, per la quale Abrahão dice di aver individuato 57 casi molto sospetti, non è stato squalificato nessuno.
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