L’offensiva ucraina per far fallire l’avanzata russa nel Donbas
Si chiama “Vivaldi” e ha funzionato anche grazie ai robot e ai “vampiristi”: ma potrebbe essere l’ultima
di Daniele Raineri, foto di Tommaso Fumagalli, dal Donbas
- Condividi
- X
- Regala il Post

L’operazione Vivaldi è una manovra militare dell’esercito ucraino per far fallire il piano di conquista della regione del Donbas da parte della Russia. È appena finita. Prende il nome dal compositore italiano Antonio Vivaldi e dal suo componimento di musica barocca più celebre, le Quattro Stagioni, perché era organizzata in quattro fasi. L’avanzata russa in Donbas per il 2026 è fallita, ma ci saranno altri tentativi.
L’operazione Vivaldi è fuori dall’ordinario per diversi motivi. Il primo è che ha invertito il solito ordine delle cose, riassumibile con: russi avanzano, ucraini resistono. L’esercito ucraino difende con accanimento il 10 per cento del Donbas che non è stato ancora occupato dalla Russia e contiene città importanti. I soldati sono trincerati in posizioni sparse e isolate, in inferiorità numerica, da quasi cinque anni e tentano di far pagare un prezzo altissimo all’esercito russo per ogni singolo chilometro di avanzamento del fronte.
Questa volta, grazie a una buona pianificazione e a nuove tattiche di combattimento, sono andati all’attacco, hanno riconquistato terreno e hanno spinto indietro i soldati russi fino a oltre il fiume Zherebets, che adesso è la nuova linea di separazione ed è più difendibile. Se i russi vorranno tentare di nuovo un’offensiva lì dovranno attraversare il fiume sotto i bombardamenti e gli attacchi ucraini.
Dal punto di vista concreto nel settore di Lyman, che è una città nel nord del Donbas, è come se l’operazione Vivaldi avesse riportato l’esercito russo indietro all’estate del 2025.

Un soldato tra due robot su ruote, chiamati “iene” (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Ecco un altro motivo: i movimenti lungo il fronte del Donbas attirano subito i droni esplosivi, che volano a migliaia sopra la regione e tengono sotto sorveglianza tutti gli spazi aperti. Se per ipotesi i russi o gli ucraini tentassero un attacco con 10 mezzi corazzati – è un esempio tratto da situazioni reali – i droni nemici se ne accorgerebbero, farebbero saltare in aria i mezzi e fermerebbero l’avanzata.
Da tempo questo tipo di attacchi non c’era più. Ma in qualche modo, e vedremo che ci sono delle ipotesi su come hanno fatto, gli ucraini dell’operazione Vivaldi hanno trovato il modo di rompere il muro dei droni russi e avanzare con i mezzi corazzati.
C’è stato anche questo di diverso dal solito: l’operazione è cominciata a marzo e gli ucraini hanno mantenuto un riserbo totale fino a settembre. Non hanno fatto uscire informazioni e hanno fatto in modo che migliaia di uomini non ne parlassero.
Dovrebbe essere la normalità in una guerra, viene da pensare, ma sono tempi anomali. Nel 2023 i media parlarono per mesi della controffensiva ucraina nel sud prima che cominciasse. Si facevano congetture su dove e quando gli ucraini avrebbero attaccato come si fa prima di un evento sportivo. Quando poi la controffensiva ucraina cominciò davvero, fallì nel giro di poche settimane.
Un quarto motivo. È stata un’operazione mista umani-robot. I robot da combattimento hanno partecipato all’avanzata e anzi hanno fatto da avanguardia di sfondamento.
Adesso ne parliamo meglio.
Che cosa hanno fermato gli ucraini
Per conquistare il Donbas, l’esercito russo dovrebbe conquistare le cinque cosiddette città fortezza disposte da nord a sud, e soprattutto le due più grandi, Kramatorsk e Sloviansk. Ma prendere le città è un affare spinosissimo, i russi sanno che rischiano di trovarsi bloccati in battaglie urbane che durano anni. Allora hanno provato un piano alternativo: invece che puntare dritti verso le città, aggirarle da nord e da sud. È la manovra a tenaglia.
Se i russi riuscissero a chiudere l’accerchiamento dietro alle città, i soldati ucraini dentro Kramatorsk e Sloviansk senza più rifornimenti sarebbero costretti alla resa. Il Donbas diverrebbe una regione della Russia, come il presidente Vladimir Putin vuole dal 2014. Una cosa interessante: il piano russo del 2026 è identico al piano russo del 2022.
I soldati russi avevano immaginato così la loro offensiva, ma è stata fermata
La pinza nord di questa tenaglia doveva sfondare a Lyman, avanzare verso Sviatohirsk (che i russi dicono di avere già conquistato, ma non è così) e puntare verso Barvinkove. Ecco, l’operazione Vivaldi degli ucraini ha prima bloccato la manovra russa a nord e poi ha spinto indietro i russi. Quindi niente accerchiamento, per adesso. Considerato che l’inverno sta arrivando e tutti gli spostamenti rallentano, la Russia non dovrebbe avere il Donbas nel 2026.

I soldati ascoltano una spiegazione fatta dal comandante prima di un’esercitazione (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Digressione: d’estate i soldati russi avanzano tenendosi bassi nella vegetazione per scampare ai droni, da soli o in coppia, e così a volte riescono a coprire anche 20 chilometri di Donbas senza farsi vedere, ma d’inverno non ci sono foglie. Inoltre i soldati non possono dormire all’aperto per non finire assiderati, devono trovare rifugi e case abbandonate. Avanzano meno. Però a volte le condizioni meteo invernali ostacolano i piloti di droni.
Il ruolo dei robot
Bar (è un nome in codice) è un ufficiale ucraino di 23 anni, comanda un’unità di piloti che hanno usato droni di terra per dare l’assalto alle posizioni russe durante l’operazione Vivaldi. Parla con il Post durante un’esercitazione con una squadra – di sette soldati e una soldata – che guida tre droni di terra. In ucraino la sigla che indica i droni di terra è Nrk, Nazemnyi robotyzovanyi kompleks, e quindi nel parlato sono diventati “ennarkà”.

Bar, un ufficiale ucraino che comanda una squadra di piloti di droni di terra, seduto su un DevDroid (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Lo scenario affrontato nell’esercitazione è questo: c’è una postazione di soldati russi sotto terra, sotto alla carcassa di un loro carro armato colpito in precedenza. È una tattica vera, i russi usano i corazzati abbandonati come protezione di metallo per nuovi, piccoli bunker. Il luogo dell’esercitazione è una foresta di conifere, con una grande radura e terreno sabbioso. I soldati ucraini sono chini sui loro schermi in un rifugio sotto terra che è uguale a quello dei russi che vogliono distruggere.
Mandano avanti un DevDroid cingolato con una mitragliatrice da 12,7 millimetri e due robot molto più piccoli su ruote che si chiamano «iene». A volte gli ennarkà spingono di lato dei tronchi abbattuti che sono stati lasciati sul loro percorso a fare da ostacoli.

Il monitor di un controller per droni che mostra un carro armato distrutto durante un’esercitazione (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)

Soldati ucraini in un rifugio sotto terra, davanti ai loro schermi (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Il DevDroid spara a raffiche contro la postazione russa simulata, gli altri due si avvicinano. Una iena ha due razzi: spara anche quelli contro la postazione. Poi il terzo robottino va avanti e s’infila nel bunker. È un congegno suicida con 20 chilogrammi di esplosivo, come un’autobomba ma senza guidatore e le dimensioni di un’automobilina elettrica per bambini.
All’altro capo della radura si vede la nuvola di fumo e due secondi dopo, il tempo di dire «Guarda!», arriva il suono del botto. Esercitazione conclusa. I soldati cominciano una riunione per capire cosa non andava e cosa si può fare meglio.
Avrete sentito parlare di robot umanoidi da combattimento, ma vedete nelle foto che gli ennarkà in Ucraina sono sgraziati, essenziali, economici e facili da assemblare. È una guerra dove ogni euro speso deve contare. Per le fantasie fantascientifiche ci sarà da aspettare la prossima.

Un soldato controlla il DevDroid prima di un’esercitazione (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Bar dice che questa è soltanto una delle missioni che i robot hanno eseguito durante Vivaldi. A volte i DevDroid avanzavano da soli, a volte in parallelo assieme a squadre di soldati. Alla domanda: «I robot permettono di salvare vite?», Bar risponde che il DevDroid porta in giro una mitragliatrice pesante che di solito è usata da tre soldati, che diventano sei se si conta che prima o poi c’è una rotazione e i tre soldati tornano indietro per farsi dare il cambio da altri tre soldati. E il robot è più resistente ai colpi e ai droni dei russi.
A volte gli ucraini fanno avanzare il DevDroid fin dietro le linee russe per bloccare l’arrivo delle riserve di soldati russi. Poi aspettano senza farlo sparare per non rivelare la sua posizione, dice l’ufficiale. Quando vedono i soldati russi, che pensano di essere ancora al sicuro, camminare verso le loro postazioni, cominciano a sparare e creano il caos. Il DevDroid può restare parcheggiato a tendere un’imboscata per 48 ore senza bisogno di tornare indietro a ricaricare la batteria.

Due soldati davanti al DevDroid, seduti su un pickup (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
«Quando spara i soldati russi si nascondono, si mettono al riparo, smettono di sparare, aspettano finché il fuoco non finisce. Io stesso ero un fante, quindi lo capisco, so che cosa significa quando un calibro 12,7 lavora su di te», dice Bar.
L’operazione Vivaldi è stata una sequenza di avanzate brevi, al massimo quattro chilometri. Tanti droni coordinati con i soldati. Droni in aria che cercano e abbattono i droni russi. Droni da sminamento che vanno avanti a passo d’uomo con rulli e catene e fanno saltare in aria le mine antiuomo sparse dai russi – tre o quattro ogni 10 minuti, dicono i soldati ucraini – e droni da soma che trasportano in avanti munizioni e acqua e riportano indietro i feriti. E davanti a tutti gli ennarkà.
I soldati dell’operazione Vivaldi
Quando l’ufficiale dice «slava nazi» i soldati rispondono «smert’ voroham», in ucraino è: «gloria alla nazione, morte ai nemici».
A combattere contro le due pinze dell’offensiva russa a nord c’è il raggruppamento di unità «Centro» (raggruppamenti di unità è una nuova definizione dell’esercito ucraino, la usano quando mettono assieme un assortimento di reparti per uno scopo comune), guidato dal generale Andriy Biletsky. A sud c’è il raggruppamento «Azov» comandato dal generale Denys Prokopenko.

I soldati prima dell’esercitazione (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Entrambi hanno fatto parte del gruppo paramilitare di estrema destra Azov fin dalla fondazione, sono ultranazionalisti e hanno creato le unità più motivate del conflitto. È per questo che sono stati messi a reggere l’onda d’urto russa nel Donbas.
Prokopenko fu preso prigioniero nel 2022 alla fine dell’assedio dell’acciaieria Azovstal a Mariupol, poi fu liberato grazie a uno scambio di prigionieri di alto livello ed è tornato a combattere. Biletsky era uno che nel 2019 litigava pubblicamente con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky perché non voleva sentir parlare di cedere il Donbas alla Russia. In breve: sono oltranzisti rispetto al governo che li ha mandati lì.
Biletsky è il comandante dell’operazione Vivaldi. Si è fatto filmare mentre faceva un discorso di 25 minuti seduto davanti a 80 prigionieri russi e dopo aver garantito che non avrebbe fatto loro alcun male ha detto loro che sono quelli fortunati, rispetto ai loro commilitoni, e che «la guerra non finirà in un altro modo, vi combatteremo finché non ve ne andrete a fanculo».
Biletsky ha dichiarato che i soldati russi uccisi sono 8mila. Per la prima volta ha parlato anche del numero di soldati ucraini uccisi: 800. L’area liberata sarebbe di 277 chilometri quadrati (un po’ più del comune di Parma).
Il contesto straziante
Il successo dell’operazione Vivaldi arriva in un contesto preoccupante per l’Ucraina. Il governo dice di avere bisogno di almeno 90 miliardi di dollari per l’anno prossimo e sta arrivando l’inverno peggiore dei cinque anni di conflitto.
Intanto visto lo stallo nel Donbas – e anzi, in certi casi, l’arretramento – Putin sta scegliendo altre strade per vincere. Ha cominciato la cosiddetta «guerra alle città», che è una campagna di bombardamenti contro bersagli civili per creare una crisi umanitaria, e inoltre sta facendo pressione sul presidente statunitense Donald Trump per ottenere grazie alla politica quello che l’esercito russo non ottiene sul campo.
– Leggi anche: La Russia ha cambiato il modo di bombardare i civili di Kyiv
Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre Trump ha deciso assieme a Elon Musk, che dirige l’azienda che gestisce il sistema Starlink, una limitazione pesante delle connessioni satellitari Starlink usate dagli ucraini, che non sono stati avvisati.
L’operazione Vivaldi è stata un successo grazie a Starlink perché i piloti di droni ucraini hanno usato droni a medio raggio connessi a Starlink per colpire in modo sistematico i rifornimenti dei russi. Biletsky ha spiegato che prima i soldati russi scaricavano i camion carichi di munizioni a 15 chilometri dal fronte, ma poi i camion sono stati costretti a fermarsi a 50 chilometri per non essere colpiti e i soldati a trasportare le munizioni a piedi per decine di chilometri. Ma questo era prima che Trump e Musk limitassero l’uso di Starlink.
L’operazione Vivaldi potrebbe essere stata la prima e l’ultima del suo tipo.
I vampiristi
La cosa più inaspettata durante l’operazione Vivaldi è che gli ucraini hanno usato in modo nuovo i molto comuni droni Vampiro, che sono droni con sei eliche capaci di trasportare carichi fino a 15 chilogrammi, per sollevare in aria i droni di terra più piccoli e depositarli dietro alle linee dei soldati russi.

Un pilota con un drone Vampiro, utilizzato nell’operazione Vivaldi per il trasporto di rifornimenti, mine e piccoli droni terrestri (Tommaso Fumagalli, Memora, per il Post)
Se vi è sembrato un paragrafo bizzarro da leggere, considerate che proprio queste sperimentazioni potrebbero aver contribuito a far funzionare l’operazione Vivaldi. Una volta lasciati dietro ai russi, i droni ucraini hanno eseguito attacchi a sorpresa e hanno creato scompiglio nelle retrovie.
I droni Vampiro sono stati il motore dell’operazione, come racconta un pilota, nome in codice Sputnik, 31 anni, che faceva quattro-cinque missioni ogni notte, da 40 minuti l’una. I piloti di questi droni sono chiamati «vampiristi».



