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  • Venerdì 23 ottobre 2026

Cos’è oggi il confine tra Stati Uniti e Messico

Siamo andati a vedere come si vive in uno dei luoghi più sorvegliati al mondo, con nuovi pezzi del muro che continuano a spuntare

di Laura Loguercio, dal confine sud-orientale del Texas

Mezzi della Border Patrol nel Rio Grande a Laredo, Texas (Laura Loguercio/il Post)
Mezzi della Border Patrol nel Rio Grande a Laredo, Texas (Laura Loguercio/il Post)
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Juan Moreno va da sempre in kayak nelle acque del Rio Grande, il fiume che per un lunghissimo tratto coincide con il confine tra il Texas e il Messico. Da quando il governo degli Stati Uniti ha messo delle grosse boe nell’acqua per fermare gli arrivi dei migranti, però, le sue escursioni si sono complicate. Le boe sono in plastica arancione, hanno una forma circolare, sono alte più di un metro e si estendono a perdita d’occhio. «Per un po’ ho smesso di avvicinarmi al Messico, ma alla fine il fiume è un fiume. Dovrebbe essere possibile attraversarlo», dice Moreno mentre passeggia sulla sponda statunitense.

Uno dei paradossi del Rio Grande è che in molti tratti coincide con il sorvegliatissimo confine fra Stati Uniti e Messico, ma allo stesso tempo è – di nuovo, in molti tratti – un fiume lungo ma stretto, con le sponde vicine tra loro e l’acqua bassa abbastanza da poterlo guadare a piedi. Quando era bambino, racconta Moreno, suo padre lo portava sulle spalle da un lato all’altro del Rio Grande, per raggiungere dagli Stati Uniti il negozio di parrucchiere della madre, che si trovava in Messico. Oggi Moreno non può fare lo stesso con il figlio Norberto, di 11 anni.

Juan Moreno e il figlio Norberto sulla sponda statunitense del Rio Grande a Roma, Texas (Laura Loguercio/il Post)

La famiglia abita a Roma, una città di poco più di 11mila abitanti nella contea texana di Starr, sul confine con il Messico (si chiama così ma non c’entra la Roma italiana: il nome viene dalle lomas, le colline che la circondano). A pochi chilometri da Roma, l’amministrazione del presidente Donald Trump sta costruendo due nuove sezioni del muro sul confine: recinzioni nere alte 9 metri che spuntano in mezzo alla vegetazione rigogliosa. È una situazione comune a molte città dell’area intorno al Rio Grande, una zona del sud-est del Texas fatta di edifici bassi, supermercati enormi, campi agricoli e autostrade.

Un nuovo segmento di muro in costruzione vicino a Roma, Texas (Laura Loguercio/il Post)

Dall’inizio del suo secondo mandato, a gennaio del 2025, Trump ha aumentato la militarizzazione del confine e ha fatto ripartire a gran ritmo la costruzione di barriere, con l’obiettivo dichiarato di fermare del tutto gli arrivi dei migranti irregolari. A luglio del 2025 il Congresso ha stanziato 46,5 miliardi di dollari per costruire nuovi tratti di muro e installare barriere sia fisiche che tecnologiche, come nuove telecamere e sensori di movimento. Con i soldi e i cantieri sono arrivati anche problemi e proteste delle comunità vicino al confine, che da decenni convivono con misure simili.

Il confine tra Messico e Texas è lungo più di duemila chilometri, e separa due territori che hanno relazioni longeve e profondissime: tanto che le barriere tagliano in due luoghi e contesti che a volte sembrano simmetrici. Il parco nazionale statunitense di Big Bend confina a sud, dall’altra parte del Rio Grande e del confine, con due importanti aree naturali protette messicane. E spesso in corrispondenza di una città texana ce n’è una speculare messicana, dall’altro lato del confine, raggiungibile in pochi minuti a piedi o in auto, con ponti stradali e ferroviari. Succede a El Paso e Ciudad Juárez, Eagle Pass e Piedras Negras, a Laredo e Nuevo Laredo, tra le tante.

Per chi abita lì, il legame con il Messico è imprescindibile: il confine viene attraversato quotidianamente e regolarmente in entrambe le direzioni per fare acquisti, andare al ristorante o dal medico. I cittadini statunitensi che abitano nella zona sono in grande maggioranza ispanici, praticamente tutti sono bilingui e alternano spagnolo e inglese nelle loro conversazioni. «Tutto quello che facciamo qui è legato alla cultura messicana», dice Patricia Mancha, che è cresciuta a Eagle Pass, e dopo molti anni in giro per il Texas ci è tornata e oggi abita in un ranch insieme al marito. «Mangiamo cibo messicano, balliamo la musica messicana: il confine sono le persone», dice, non i muri o le recinzioni in filo spinato.

Recinzioni intorno al Rio Grande a Eagle Pass, Texas (Laura Loguercio/il Post)

La gestione del confine con il Messico, storicamente permissiva e porosa come in generale erano le politiche migratorie statunitensi, cambiò a partire dagli anni Novanta, e andò verso una sempre maggiore militarizzazione dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001. Dopo lunghe discussioni, nel 2006 il Congresso approvò il Secure Fence Act, che autorizzò la costruzione sistematica di barriere per oltre mille chilometri. Fu una misura di compromesso, abbinata a maggiori garanzie e servizi per l’immigrazione regolare, che alla fine fu sostenuta sia dai Repubblicani che dai Democratici: i lavori iniziarono durante l’amministrazione di George W. Bush e proseguirono con Barack Obama.

Da lì il “muro con il Messico” è diventato una costante nel dibattito sull’immigrazione, a volte dimenticato e poi tirato fuori all’occorrenza, quando gli ingressi aumentano o quando si avvicina un’elezione. È anche un’ossessione di Trump, che dalla sua prima campagna presidenziale, nel 2016, promise che la sua costruzione l’avrebbe persino pagata il Messico: non è mai successo.

A Eagle Pass c’è una sezione del muro costruita negli anni di Bush. È alto circa 4 metri, lungo quasi 3 chilometri e fatto di sbarre in acciaio nere con filo spinato in alto e in basso. Delimita il confine est del parco Shelby: per più di un anno, tra il 2024 e il 2025, il governo statale del Texas lo chiuse al pubblico e installò recinzioni e filo spinato sulle rive del fiume. Il parco riaprì nell’aprile del 2025, ma non è più stato lo stesso: prima i bambini ci giocavano a calcio e le famiglie organizzavano picnic, ora hanno smesso di andarci, a causa della presenza costante di agenti della Border Patrol e della Guardia Nazionale e di un clima generale di tensione e sorveglianza. A metà ottobre era deserto.

Un tratto del muro costruito a Eagle Pass, Texas, nei primi anni Duemila (Laura Loguercio/il Post)

Negli anni le barriere sul confine si sono stratificate, e oggi in alcune zone ci sono segmenti di muro eretti nei mandati di Bush e altri, scollegati, costruiti con Obama, Biden o Trump. Distinguerli non è facile: il “muro” non è continuo – costruirlo lungo tutto il confine sarebbe impossibile – e ha tante forme diverse, con pilastri più o meno alti e più o meno distanti tra loro. Nelle zone più lontane dai centri cittadini si presenta come una grossa barriera d’acciaio in mezzo al nulla: le sbarre iniziano e finiscono, ma ai lati resta il vuoto.

In molti tratti poi il confine è ancora solo un fiume circondato dagli alberi, senza boe né recinzioni, dove l’acqua scorre silenziosa. Il contrasto tra questa situazione e quella militarizzata fa impressione.

Recinzioni nel Rio Grande a Eagle Pass, Texas (Laura Loguercio/il Post)

Chi oggi abita nelle zone di confine convive con la presenza pervasiva degli agenti statali e federali. Nella valle del Rio Grande le camionette della Border Patrol sono ovunque: alcune stanno ferme vicino al confine per assicurarsi che nessuno si avvicini troppo, altre girano tra le vie e fermano le persone che ritengono sospette. Spesso sono cittadini statunitensi: percorrere queste strade con regolarità comporta la ragionevole certezza che prima o poi si verrà fermati.

Juan Moreno dice che un giorno, durante il primo mandato di Trump (2017-2021), stava giocando a Pokémon Go – un videogioco per smartphone che si basa su una sorta di “caccia al tesoro” nel mondo reale – quando fu fermato da un agente che gli chiese cosa stesse facendo. Glielo spiegò, e l’agente rispose che non era «un motivo sufficiente per stare lì», ossia nella città dove è nato e dove abita da quasi tutta la vita. La scorsa primavera Patricia Mancha stava viaggiando in auto con il cane, un dobermann, nel sedile posteriore: sei mezzi della Border Patrol le chiesero di accostare, pensando che stesse cercando di nascondere qualcuno.

Nonostante questi episodi, che sono comuni nei racconti delle tante persone con cui ha parlato il Post, Mancha, Moreno e molti altri si dicono favorevoli alla presenza degli agenti, seppure non nelle quantità massicce degli ultimi anni: li considerano un deterrente efficace per gli immigrati e un modo per garantire la sicurezza. «So che non sono persone cattive. Fanno il loro lavoro. Ma sono ovunque», dice Mancha, che ha anche un nipote che lavora per la Border Patrol.

Mezzi della Border Patrol sotto a un ponte che collega Stati Uniti e Messico a Laredo, Texas (Laura Loguercio/il Post)

Le politiche di controllo dell’immigrazione sono state altalenanti nel tempo, con eccessi in entrambe le direzioni. Per guardare solo agli ultimi anni, gli ingressi di migranti irregolari raggiunsero livelli eccezionali durante l’amministrazione di Joe Biden, con un picco nel 2023 di quasi 2,5 milioni di encounters (cioè arresti, fermi ed espulsioni di migranti irregolari) sul confine. La situazione diventò presto un un disastro umanitario e politico, per cui oggi Biden viene criticato anche dai suoi colleghi di partito.

Alle elezioni presidenziali del 2024, in quasi tutte le contee texane sul confine vinsero i Repubblicani – quindi Trump – per la prima volta da decenni: molti oggi attribuiscono lo spostamento verso destra proprio al fallimento di Biden sull’immigrazione. Con Trump gli ingressi irregolari sono scesi fino ai livelli più bassi da sessant’anni, al costo di politiche estremamente aggressive ed espulsioni arbitrarie che hanno creato un clima di paura nelle comunità ispano-americane.

Oggi chi vive sul lato statunitense del confine dice che qualche forma di controllo è necessaria, ma tanti considerano le barriere fisiche come uno spreco di risorse e una misura di facciata, pressoché inutile a livello pratico e soprattutto dannosa per la natura circostante. «Una barriera fisica non riuscirà a tenere fuori le persone, chi vuole venire qui lo farà comunque, troverà altri modi. Ma avrà un impatto negativo sugli animali selvatici e sulla vegetazione», dice Mancha.

Anche Moreno è preoccupato perché la costruzione del muro e l’installazione delle boe stanno rovinando l’ecosistema delle zone intorno al Rio Grande: «Potevi vedere uccelli, farfalle e insetti, ora è stato tutto distrutto, e in pochi ne parlano». Un’altra preoccupazione è che le nuove barriere, soprattutto quelle in acqua, possano aumentare i danni delle inondazioni in zone già a rischio. A luglio, a causa delle forti piogge, più di 100 boe hanno iniziato a vagare libere nel Rio Grande vicino a Eagle Pass, costringendo la città a chiudere temporaneamente i ponti con il Messico. Secondo Moreno, le boe servono principalmente a rallentare i migranti e impedire gli attraversamenti in barca: i migranti a piedi, se vogliono, riescono comunque a passare immergendosi sott’acqua.

Juan Moreno sulla riva del Rio Grande a Roma, Texas (Laura Loguercio/il Post)

A San Ygnacio, un piccolo centro urbano sul confine, durante l’estate abitanti e attivisti sono riusciti a fermare la costruzione di un nuovo tratto del muro in una zona vicina a una riserva naturale. Hanno commissionato un’indagine sulle possibili conseguenze ambientali del progetto; hanno avviato procedimenti legali per contestare la proprietà dei terreni; soprattutto, in gruppi da una decina di persone si sono presentati ogni giorno per settimane vicino al cantiere, con l’intenzione di fermare gli operai mandati dal governo federale che stavano già iniziando a estirpare la vegetazione e spianare la zona. Alcuni attivisti e attiviste sono stati arrestati e rilasciati più volte.

Alla fine dell’estate i lavori sono stati messi in pausa: le gru e le ruspe sono ancora lì, ferme, e un agente della Border Patrol controlla chi prova ad avvicinarsi. Edgar Villaseñor, campaign manager per il Rio Grande International Study Center (un’organizzazione non profit che si occupa della tutela del fiume e del suo ecosistema) e uno degli organizzatori delle proteste, crede che il governo «si inventerà qualcosa» per far ripartire tutto.

Un mezzo della Border Patrol a San Ygnacio, Texas (Laura Loguercio/il Post)

Villaseñor è convinto che i soldi spesi per queste recinzioni potrebbero essere usati meglio. Dice che gli abitanti delle contee sul confine devono sempre bollire l’acqua corrente prima di poterla usare e a maggio nelle condutture di Laredo, la sua città, è stato trovato l’Escherichia coli, un batterio che causa un’infezione con forti dolori addominali, febbre e dissenteria. «Investono un sacco di soldi nel muro, miliardi di dollari, ma non possono sistemare il sistema idrico?», si chiede. Secondo lui Trump interpreta il muro come un suo «monumento, una statua. Potrà dire: “Quello l’ho fatto io”. È ciò che vuole lasciarsi dietro».