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  • Martedì 20 ottobre 2026

In NBA è più facile vincere, ma difficilissimo rivincere

Negli ultimi otto anni il campionato è stato vinto da otto squadre diverse: arriverà anche la nona? Soprattutto: è un bene per il basket?

Il giocatore dei Philadelphia 76ers VJ Edgecombe durante un'amichevole contro i New York Knicks, 5 ottobre 2026 (AP Photo/Matt Slocum)
Il giocatore dei Philadelphia 76ers VJ Edgecombe durante un'amichevole contro i New York Knicks, 5 ottobre 2026 (AP Photo/Matt Slocum)
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Nella notte italiana tra martedì e mercoledì inizia una nuova stagione di NBA. In 80 anni di storia, il campionato nordamericano di basket è cambiato moltissimo: sono cambiate le squadre, i giocatori, la loro provenienza, le regole, i ritmi e gli stili di gioco. Negli ultimi anni sono cambiate soprattutto le squadre che vincono: non ci sono più le dinastie, le squadre cioè capaci di dominare e vincere due o tre campionati di fila, come i Chicago Bulls di Michael Jordan degli anni Novanta, i Los Angeles Lakers dei primi Duemila o i Golden State Warriors di una decina di anni fa.

In otto anni hanno vinto otto squadre diverse; e non sarebbe una sorpresa se dovesse arrivare una nona, alla fine di questa stagione.

L’NBA sta infatti attraversando la sua cosiddetta parity era, un’epoca caratterizzata da un equilibrio competitivo senza precedenti. È stata voluta dalla stessa lega, che negli ultimi anni ha reso il campionato più entusiasmante e imprevedibile, e quindi capace di produrre grandi storie. Come quella dei New York Knicks, che l’estate scorsa hanno vinto il titolo per la prima volta dopo 53 anni – e che difficilmente lo rivinceranno, a questo punto.

Quest’epoca, però, non piace a tutti. C’è chi pensa infatti che l’NBA ci abbia perso qualcosa, e così anche i suoi giocatori e i suoi tifosi.

Ci sono due date a cui si fa risalire l’inizio della parity era dell’NBA. La prima, più simbolica, è il 2019, quando i Toronto Raptors vinsero per la prima volta il campionato battendo in finale la fortissima dinastia dei Golden State Warriors, che aveva vinto tre delle quattro finali precedenti, giocate sempre contro i Cleveland Cavaliers. La seconda è il 2023, quando fu approvato un nuovo contratto collettivo tra la lega e i giocatori, che istituiva il secondo apron – una soglia salariale oltre la quale una squadra subisce sanzioni sportive e restrizioni molto pesanti sul mercato. Un primo apron era già stato istituito nel 2017.

Quest’estate, per esempio, la necessità di evitare o uscire dal secondo apron ha condizionato le decisioni di 23 squadre su 30 e cambiato radicalmente alcune prospettive rispetto alla scorsa stagione.

I Celtics, per esempio, hanno ceduto ai Philadelphia 76ers Jaylen Brown principalmente per ragioni salariali. È stato un grosso colpo: nel 2024 Brown era stato l’MVP, cioè il miglior giocatore, delle finali vinte da Boston. Gli stessi Oklahoma City Thunder, che hanno vinto l’NBA nel 2025 e sono considerati tra i migliori nel costruire una squadra competitiva senza spendere un’enormità, hanno dovuto cedere giocatori importanti quest’estate; persino Lu Dort, un titolare. Come i loro principali rivali, i San Antonio Spurs, sono riusciti a tenere compatto il proprio trio vincente, ma non è detto che ce la faranno ancora a lungo.

Il trio al centro dei Thunder: l’alto e lungo Chet Holmgren, Shai Gilgeous-Alexander, che nelle ultime due stagioni ha vinto il premio di MVP, cioè di miglior giocatore in assoluto, e Jalen Williams, 28 novembre 2025 (William Purnell/Getty Images)

Nemmeno il grande entusiasmo di un titolo vinto dopo tanto tempo basta a mantenere intatta una squadra. Durante l’offseason, come si chiama il periodo tra un campionato e l’altro, i Knicks hanno dovuto lasciar andare Mitchell Robinson, un giocatore su cui avevano contato parecchio la scorsa stagione. E l’anno prossimo potrebbero perdere anche Karl-Anthony Towns, uno dei loro due migliori giocatori, se non riusciranno a trovare un accordo sul rinnovo del suo contratto.

Insomma, in NBA ci sono più possibilità di vincere, ma si deve far funzionare tutto in poco tempo. Tutto questo in un contesto competitivo che varia moltissimo di anno in anno, e che rende difficile alle squadre raggiungere quella coesione e quel carisma tipico delle dinastie dei vecchi tempi. Secondo Howard Beck, di The Ringer, nella «NBA di oggi […] non c’è spazio per l’affetto, la lealtà o i sentimentalismi. Niente è intoccabile. Niente dura per sempre».

Per capirci, quest’estate quattro degli ultimi otto MVP delle finali hanno cambiato squadra. Oltre a Brown, Kawhi Leonard è tornato ai Raptors dopo un grosso scandalo economico che ha coinvolto la sua ex squadra, i Los Angeles Clippers; LeBron James, rimasto senza squadra a 41 anni, è passato ai 76ers; e Giannis Antetokounmpo si è trasferito ai Miami Heat.

Certo, non è una grossa novità che qualche giocatore importante cambi squadra per ambizione, e «il principio dell’equilibrio competitivo è difficile da contestare», dice Beck. «Ma è ancora più difficile spiegarne i vantaggi a un bambino di sei anni distrutto dalla delusione quando vede i suoi giocatori preferiti mandati via per far quadrare i conti».

Il bambino in questione è Giovanni Jean, che a sei anni è apparso visibilmente straziato quando i Celtics hanno ceduto Brown, il suo giocatore preferito.

Secondo i critici della parity era, tutte queste cose possono avere un impatto negativo sulla lega. Per esempio, si rischia di perdere quell’effetto polarizzante che le dinastie avevano sui tifosi, ma anche la loro attrattiva, e così anche quella dei loro giocatori di punta. L’NBA sarebbe così famosa, oggi, se Michael Jordan non avesse vinto sei campionati in otto anni?

E poi c’è una questione più tecnica, che riguarda tutto il basket, visto che l’NBA ne è il campionato più visibile e importante: se le squadre cambiano continuamente, i giocatori hanno meno tempo per imparare a giocare bene insieme. E oggi che il livello medio dei giocatori NBA è più alto che mai, è un peccato non sfruttarlo fino in fondo.

Per ora, però, la parità ha avuto soprattutto effetti positivi. L’NBA è sempre più famosa all’estero e gli scorsi playoff (come si chiamano le fasi finali della NBA) sono stati i più visti del secolo. L’incertezza con cui inizia ogni stagione affascina molti.

I giocatori forti e carismatici, poi, non mancano. Quest’anno il più atteso è Victor Wembanyama dei San Antonio Spurs, che sono la squadra più quotata a diventare la nona vincitrice diversa di cui parlavamo sopra. La scorsa stagione sono arrivati fino in finale, eliminando i Thunder nelle finali della Western Conference (in pratica le semifinali del campionato); hanno perso poi le finali contro i Knicks.

Ora Wembanyama punta a una rivalsa, come ha fatto intendere lui stesso su X:

E anche se quest’estate non si è allenato in un tempio Shaolin come la precedente, nelle partite prestagionali è sembrato comunque in grande forma:

Ma l’avrete capito, ormai: vincere l’NBA non sarà facile per gli Spurs. Nella Western Conference dovranno fare i conti con i Thunder, appunto; ma anche con squadre che sulla carta sembrano meno forti e potrebbero comunque dar loro del filo da torcere, come gli Houston Rockets, i Los Angeles Lakers, i Minnesota Timberwolves o i Denver Nuggets. Tutte squadre con una “superstar”.

Certo, una sola superstar non basta per vincere l’NBA: ma per i Nuggets avere in squadra uno come Nikola Jokić, per esempio, fa una grande differenza

E poi c’è una Eastern Conference sempre più competitiva, dove, oltre ai Knicks (che sono più o meno gli stessi dell’anno scorso) ci sono i Philadelphia 76ers di LeBron James e Jaylen Brown, i giovani e arrembanti Detroit Pistons, e i Raptors di Leonard.

– Leggi anche: Est e Ovest non sono poi così distanti, in NBA

E questo citando solo le squadre fortissime, senza considerare quelle forse un po’ sottovalutate ma comunque competitive. A Est ci sono anche gli Indiana Pacers, dov’è tornato Tyrese Haliburton, il giocatore che li aveva guidati fino alle finali del 2025, e i Charlotte Hornets, che da tempo non sembravano una squadra così interessante da seguire. A Ovest, invece, ci sono i Dallas Mavericks, dove gioca Cooper Flagg, il miglior esordiente dello scorso anno, e dove è tornato il 34enne Kyrie Irving, uno dei giocatori più forti degli ultimi vent’anni.

La regular season di NBA, la prima parte di campionato, inizierà martedì 20 ottobre alle 21 con Pistons-Celtics, che si potrà vedere su Sky Sport Basket. In Italia, le principali partite di NBA si potranno vedere su Sky e su Prime; per vedere tutte le partite, invece, bisognerà fare l’NBA League Pass.

Tag: basket-nba