Breve storia dell’ex Ilva, dalla Grande depressione a oggi
Ora che l'acciaieria di Taranto ha avviato la chiusura
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Dopo oltre sessant’anni di attività, numerosi cambi di proprietà, lunghe trattative con il governo italiano e diversi processi legati al suo impatto ambientale e sanitario, l’ex Ilva di Taranto sta per chiudere. È il complesso siderurgico più esteso d’Europa, grande 15 chilometri quadrati, quasi una piccola città nella città. Ma prima di finire al centro di una delle più gravi crisi industriali e ambientali della storia italiana, l’acciaieria di Taranto rappresentò altro per il paese: venne a lungo considerata un vanto, dal momento che rese l’Italia il secondo produttore di acciaio in Europa dopo la Germania e uno dei maggiori al mondo.
L’ex Ilva oggi si chiama Acciaierie d’Italia e oltre allo stabilimento di Taranto, in Puglia, possiede quelli di Cornigliano (Genova), Novi Ligure (Alessandria) e Racconigi (Cuneo). Gli stabilimenti del Nord si occupano solo della cosiddetta lavorazione a freddo, ovvero della trasformazione dell’acciaio in prodotti come lamiere e tubi. Taranto, invece, ha anche un’area a caldo, dove però negli anni la produzione è calata moltissimo: dal picco di quasi 10 milioni di tonnellate d’acciaio prodotte nel 2007 ai circa 2 milioni nel 2025. Il massimo dell’occupazione, invece, fu nel 1981, con oltre 20mila lavoratori impiegati direttamente, oggi ridotti a circa 8mila. A questi numeri vanno poi sommate le quasi altrettante migliaia di lavoratori a cui l’azienda dà lavoro indirettamente.
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Il nome “Ilva” in Italia è associato alla siderurgia dall’Età del Ferro (900 – 720 a.C.), quando gli Etruschi cominciarono a fondere i minerali ferrosi dell’isola d’Elba, in latino Ilva. Il nome fu adottato nel 1905, quando un gruppo di imprenditori italiani del nascente settore siderurgico prese in carico il progetto del governo per un nuovo impianto a Bagnoli, vicino a Napoli, fondando la società anonima Ilva. La società iniziò a crescere, accorpando più stabilimenti e cambiando assetto più volte. Dopo la Grande depressione del 1929, l’enorme crisi finanziaria innescata dal crollo della Borsa statunitense, l’Ilva entrò in grave difficoltà e fu nazionalizzata per la prima volta, passando sotto il controllo dell’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), un ente pubblico creato per salvare società e banche italiane a rischio fallimento spostandole sotto il controllo diretto dello Stato.
La Seconda guerra mondiale devastò gran parte dei paesi europei, e di conseguenza la ricostruzione produsse un intenso aumento della domanda d’acciaio. L’IRI decise quindi di investire in nuovi stabilimenti. Nel 1961 accorpò lo stabilimento di Genova al gruppo Ilva, creando la società Italsider Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano, poi abbreviata in Italsider nel 1964. Intanto nel 1960 erano iniziati i lavori per lo stabilimento più ambizioso del gruppo, quello di Taranto. Fu poi inaugurato nel 1965 dal presidente del Consiglio di allora, Aldo Moro.
Negli anni Sessanta gli affari di Italsider andavano benissimo. Con la sua importanza economica crebbe anche la sua popolarità e la sua influenza culturale: diventò oggetto di numerosi documentari celebrativi, di settore ma anche per la televisione generalista, e nel 1968 papa Paolo VI celebrò la messa di Natale nello stabilimento di Taranto. Si iniziò a valutare il raddoppio della produzione, cioè l’aggiunta di un quarto e di un quinto altoforno per arrivare a produrre fino a 10 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno. Detto in estrema sintesi, gli altiforni sono impianti simili a giganteschi camini a funzionamento continuo, usati nelle acciaierie per trasformare i minerali di ferro e il carbone in ghisa.
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Il progetto del raddoppio fu molto contestato. Nel 1971 il primo studio sull’inquinamento atmosferico attorno allo stabilimento rivelò concentrazioni di polveri sottili dieci volte superiori al resto di Taranto. Questo aumentò le preoccupazioni della popolazione locale, che già da diversi anni lamentava il deposito di una polvere rossa di materiali ferrosi sulle superfici della città. Si iniziava a riflettere anche sull’opportunità di legare così strettamente il futuro di Taranto a una sola azienda: “Taranto, mille miliardi per un cappio d’acciaio”, titolò l’Unità, il quotidiano del Partito Comunista, nel 1971.

Il 27 aprile 1971 l’Unità pubblicò un articolo intitolato “Taranto, mille miliardi per un cappio d’acciaio” (L’Unità)
Alla fine il raddoppio si fece, ma quando fu ultimato, nel 1975, lo shock petrolifero e la crisi energetica globale del 1973 avevano già aumentato fortemente i costi di produzione, deprimendo il settore. Alle pressioni economiche e ambientali si sommavano poi quelle politiche. Il movimento operaio fu scosso profondamente dalla violenza politica degli “anni di piombo”: nel 1979 un contingente delle Brigate Rosse interno allo stabilimento di Cornigliano, noto come “Brigata Italsider”, assassinò un noto sindacalista, Guido Rossa, che aveva denunciato un operaio brigatista.
Negli anni Ottanta la crisi di Italsider si aggravò. La competizione globale non fece che aumentare, riducendo i margini di guadagno e rendendo necessari diversi interventi economici del governo e riassetti societari, per cui nel 1989 la società prese il nome di Ilva Spa.

Papa Giovanni Paolo II con gli operai all’impianto siderurgico dell’Ilva, Taranto, 31 ottobre 1989 (Ansa)
All’inizio degli anni Novanta arrivarono poi i primi studi scientifici che collegavano con maggiore certezza l’inquinamento causato dall’Ilva all’aumento dell’incidenza di tumori a Taranto. Nello stesso periodo, alla pressione dei debiti crescenti contratti dalla società e della questione ambientale si aggiunsero anche i nuovi vincoli europei, per i quali l’Italia avrebbe dovuto sistemare i conti prima di adottare la moneta unica. Si aprì dunque una stagione di grandi privatizzazioni, compresa quella dell’Ilva, che nel 1995 venne venduta al gruppo Riva, di proprietà di una famiglia di industriali del Nord Italia.
La gestione del gruppo Riva ebbe due facce: da un lato, aumentò drasticamente la produttività dell’Ilva, che nei primi Duemila tornò a crescere, raggiungendo il suo picco produttivo nel 2007, prima che la crisi economica del 2008 portasse a un nuovo rallentamento. Il gruppo Riva iniziò a guadagnare quasi subito, anche perché aveva comprato l’Ilva a un ottimo prezzo: 1.649 miliardi di lire per l’acquisto in sé e quasi altrettanti miliardi in debiti ereditati dallo Stato, a fronte di un fatturato annuale dell’azienda di circa 9.000 miliardi di lire, tre volte l’investimento.
Qualche anno più tardi si scoprì l’altra faccia della nuova gestione: i guadagni erano cresciuti anche a causa del mancato rispetto dei diritti dei suoi lavoratori, sia ostacolando l’attività sindacale, sia trascurando i lavori necessari per ridurre l’impatto ambientale e sanitario dello stabilimento di Taranto.

Lavoratori dell’Ilva di Taranto protestano durante l’inchiesta sull’inquinamento causato dallo stabilimento, Taranto, 30 marzo 2012 (ANSA/RENATO INGENITO)
Nel 2012, dopo anni di denunce di diverse associazioni ambientaliste, il tribunale di Taranto dispose il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, scrivendo che le emissioni dello stabilimento generavano nella popolazione «eventi di malattie e morte». Fu il primo passo del processo soprannominato “Ambiente svenduto”, che nel 2021 concluse che la gestione dei Riva aveva provocato un disastro ambientale: furono condannate 26 persone, tra cui due membri della famiglia Riva e diversi politici locali. Nel frattempo quella sentenza è stata annullata per vizi procedurali, e nel 2026 il processo è ripartito come “Ambiente svenduto bis” a Potenza, ma molto ridimensionato, visto che le accuse contro 26 dei 47 imputati del processo originario sono prescritte.
Dal 2012 l’Ilva ha cambiato proprietà più volte, alternando fasi di gestione statale a fasi di gestione privata, e continuando a ridurre la produzione e il numero di lavoratori impiegati. Dopo l’estromissione del gruppo Riva e il commissariamento della società nel 2013, l’Ilva fu amministrata dallo Stato fino al 2018, quando fu venduta alla multinazionale ArcelorMittal, con la partecipazione anche dell’italiana Marcegaglia.
I nuovi proprietari ottennero dallo Stato uno “scudo penale” simile a quelli concessi agli amministratori operativi tra il 2012 e il 2018, e in cambio si impegnarono a riportare l’azienda in attivo e intervenire per ridurre l’impatto ambientale. Questo assetto, debole fin dall’inizio, subì un primo grosso cambiamento nel 2021, con l’ingresso nella società dell’agenzia governativa Invitalia e la sua ridenominazione in Acciaierie d’Italia. Nel 2024 il governo ha poi estromesso definitivamente ArcelorMittal, e da allora l’amministrazione straordinaria della società è esclusivamente pubblica.

Una targa con scritto «Nei giorni di vento nord-nord/ovest veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale “Ilva”. Per tutto questo gli stessi “maledicono” coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare», 21 maggio 2025, Taranto (Francesco Gaeta/il Post)
Acciaierie d’Italia non ha ancora trovato nessuno che si faccia carico della decarbonizzazione dell’impianto, ovvero dei lavori per passare a metodi di produzione meno inquinanti, come l’installazione di forni elettrici al posto degli altiforni.
Nel 2013 l’Unione Europea ha avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per non aver rispettato la normativa europea sulle emissioni industriali; se lo Stato continuerà a essere giudicato inadempiente potrebbe dover pagare multe ingenti, come già successo per altre violazioni di norme ambientali. Nel 2019 e nel 2022 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha inoltre condannato l’Italia per non aver protetto i suoi cittadini contro i rischi ambientali causati dall’Ilva.



