Le proteste contro i data center sono arrivate anche in Italia
Decine di comitati si sono riuniti per chiedere una moratoria, mentre intorno a Milano i progetti continuano ad aumentare
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A San Bovio, una frazione del comune di Peschiera Borromeo a est di Milano, Microsoft sta costruendo un data center nel mezzo di un quartiere residenziale. I data center sono gli edifici che ospitano i server necessari a far funzionare cloud, siti, app e sistemi di intelligenza artificiale: quello di San Bovio dovrebbe essere costruito al posto di alcuni capannoni abbandonati da decenni, vicino a un parco frequentato dagli abitanti del quartiere. Molti residenti sono preoccupati per il rumore e per le luci che potrebbero restare accese tutta la notte: per questo hanno lanciato una petizione contro il progetto, che ha presto superato le quattromila firme.
I residenti di San Bovio contrari al data center fanno parte della rete Stop Data Center, nata a luglio per riunire decine di comitati lombardi che si oppongono a questi impianti. Il 10 ottobre la rete ha organizzato in piazza della Scala, a Milano, la prima manifestazione nazionale contro i data center: secondo il Giorno c’erano più di mille persone e una quarantina di comitati, arrivati dai comuni intorno a Milano ma anche da Pavia e dal Piemonte.
Movimenti di questo tipo stanno nascendo in molti altri comuni, anche perché i data center si stanno moltiplicando ovunque: l’intelligenza artificiale richiede una potenza di calcolo enorme, così come i servizi internet sempre più capillari, e le grandi aziende tecnologiche stanno costruendo in fretta gli impianti che la rendono possibile. Negli Stati Uniti, che ospitano più data center di qualsiasi altro paese, soltanto tra il 2023 e il 2025 l’opposizione delle comunità locali ha bloccato o rallentato progetti per 64 miliardi di dollari. Ora contestazioni simili stanno emergendo anche in gran parte d’Europa, e in alcuni casi hanno portato alla sospensione o al ritiro dei progetti.

Piazza della Scala a Milano, 10 ottobre 2026 (ANSA/Paolo Salmoirago)
In Italia il fenomeno riguarda soprattutto l’area intorno a Milano. Il Politecnico di Milano riporta che nei prossimi tre anni quasi un quarto dei nuovi data center europei verrà costruito nella città metropolitana. Le aziende la scelgono perché lì si concentrano molti dei loro principali clienti, perché in Lombardia il rischio di terremoti e alluvioni è piuttosto basso e perché in città c’è già il Milan Internet eXchange (MIX), il principale punto di scambio del traffico internet italiano.
Secondo Fabiana Di Pino, una delle coordinatrici della rete Stop Data Center, il problema è proprio questa concentrazione: «Non neghiamo il fatto che lo sviluppo tecnologico debba andare verso una certa direzione, ma non vogliamo neanche che queste strutture abbiano un impatto così rilevante su un unico territorio». Per lei e per molti altri attivisti, quella in corso è «una colonizzazione» che il governo non sta gestendo: in Italia, al momento, una legge nazionale sui data center non c’è.
– Leggi anche: Avremo abbastanza elettricità per tutti i data center?
Molti comitati sono nati leggendo i progetti presentati al ministero dell’Ambiente: della rete fanno parte ingegneri, fisici e urbanisti che studiano ogni singolo progetto e presentano osservazioni, segnalando le questioni che secondo loro non sono state prese in considerazione. La preoccupazione principale riguarda l’energia: secondo Enrico Duranti, che ha fondato il comitato di Lacchiarella, in provincia di Milano, i trenta data center lombardi per cui è in corso la valutazione ambientale consumerebbero da soli il 10 per cento del fabbisogno energetico italiano, se dovessero essere tutti approvati e costruiti. Poi c’è il calore che i sistemi di raffreddamento dei server disperdono all’esterno, giorno e notte: i comitati temono che, soprattutto dove gli impianti sono vicini alle case, possa far salire la temperatura delle zone circostanti, creando delle cosiddette “isole di calore”.
Giulia Pastorella, deputata di Azione e consigliera comunale a Milano, già un anno fa aveva firmato una proposta di legge nazionale sui data center. Di recente ha partecipato a un’assemblea dei comitati e ha parlato con i loro coordinatori, e dice di condividere in parte i loro timori. Quello che considera più legittimo riguarda il consumo di suolo, cioè la costruzione di data center su terreni agricoli quando «ci sono tantissime zone ex industriali da riutilizzare, anzi da rigenerare».
Pastorella è d’accordo con i comitati anche sul fatto che la politica debba avere un ruolo più attivo in un settore in cui oggi le regole sono sparse tra decreti, linee guida del ministero dell’Ambiente e la legge regionale approvata dalla Lombardia a maggio. Secondo lei il governo, a partire dal ministro delle Imprese Adolfo Urso e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha presentato i data center soprattutto come un’occasione di investimento, lasciando però soli i comuni, nella pratica. «Ora il sindaco del microcomune nella cintura di Milano si trova da solo a interloquire con i colossi», dice. «È la politica nazionale che deve governare questo processo».
Altri timori, invece, secondo Pastorella sono poco fondati. Il primo riguarda l’acqua. A lungo i data center sono stati raffreddati soprattutto con torri evaporative, impianti che abbassano la temperatura facendo evaporare grandi quantità d’acqua: è il sistema che negli Stati Uniti e in America Latina ha reso i data center molto contestati nelle zone colpite dalla siccità, e che in Cile ha portato un tribunale a bloccare in parte un progetto di Google vicino a Santiago. Secondo Pastorella, oggi i nuovi impianti usano soprattutto sistemi di raffreddamento ad aria o a circuito chiuso, in cui l’acqua non evapora: «È come il riscaldamento di casa: l’acqua è la stessa e circola, e ricircola, e non c’è ulteriore consumo», spiega Pastorella. Per il rumore, dice, valgono già i limiti fissati per tutti gli stabilimenti industriali.
Secondo i comitati i data center creano pochi posti di lavoro: servono molte persone per costruirli, ma poche e molto specializzate per farli funzionare. Di Pino cita i tre impianti che la società statunitense EdgeConneX vuole costruire tra Opera, Pieve Emanuele e Bertonico, che il governo ha dichiarato di interesse strategico nazionale: a fronte di un investimento di circa 6 miliardi di euro, secondo la delibera daranno lavoro in tutto a 300 persone. Anche Pastorella riconosce che l’occupazione non arriverà «con numeri incredibili».
Per ora la rete chiede principalmente una moratoria, cioè la sospensione temporanea delle autorizzazioni per i nuovi data center: il 9 ottobre ha inviato la richiesta al governo e al ministero dell’Ambiente. Secondo i comitati, oggi ogni progetto viene valutato quasi solo singolarmente: a Rho, per esempio, ne sono previsti tre a poca distanza l’uno dall’altro, e i loro consumi e il calore che produrranno finiranno per sommarsi. Per questo la rete vuole che tutto resti fermo finché il governo non avrà approvato un piano nazionale che stabilisca quanti data center servono all’Italia e dove costruirli.

Piazza della Scala a Milano, 10 ottobre 2026 (ANSA/Paolo Salmoirago)
Per molti comuni i data center sono soprattutto un’occasione: chi li costruisce paga gli oneri di urbanizzazione, cioè i soldi con cui il comune finanzia strade, fognature e altre opere pubbliche, e spesso bonifica a proprie spese vecchie aree industriali abbandonate. A Rho, per esempio, il comune ha fissato per i data center oneri più alti di quelli previsti dalle tabelle regionali, e a Magenta l’amministrazione ha presentato il data center previsto nell’ex area Novaceta contestualmente a un intervento urbanistico da 19 milioni di euro, di cui 13 destinati a opere pubbliche.
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L’opinione pubblica è ancora piuttosto divisa sul tema, e poco informata. A settembre l’istituto Pepe Research ha condotto il primo sondaggio in Italia su cosa pensano i cittadini dei data center, intervistando un campione rappresentativo di 958 persone tra i 18 e i 74 anni. Un terzo ha detto che si opporrebbe a un data center nel proprio comune, poco più di un terzo che lo accetterebbe, mentre gli altri non hanno ancora un’opinione. Solo il 28 per cento ha detto di sentirsi informato sul tema.
Chi si oppone ai data center, comunque, di recente ha ottenuto qualche vittoria. A Travagliato, in provincia di Brescia, la costruzione di un grande data center è stata ritirata, anche dopo le proteste dei residenti. E nelle ultime settimane la Regione Lombardia ha annunciato che entro un mese modificherà la legge sui data center approvata a maggio. Il testo attuale chiede di costruire i nuovi impianti soprattutto nelle aree industriali abbandonate, ma non lo rende obbligatorio. Le modifiche dovrebbero spingere ancora di più le aziende verso le aree dismesse, risparmiando i terreni agricoli, e introdurre nuove regole sulla sostenibilità degli impianti, ancora non precisate.



